mercoledý 18 settembre 2019
 
 
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Intervista ad Andrea Crostelli
Intervista ad Andrea Crostelli
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1-Vivi l’arte come “Professione” o come “Passione”?

Né come “professione”, né come “passione”.
La parola “professione” fa pensare a dei parametri su cui muoversi ai quali sono legati i “clienti” e i “soldi”, nonché l’immagine, la metodologia, l’organizzazione, gli orari, i colloqui affaristici e la moda…e altre menate del genere.
La parola “passione” non mi è simpatica perché le passioni vanno e vengono…
Per me l’arte è vita.

2-Da dove proviene la tua ricerca ed in quale direzione si sta rivolgendo?

Da dove proviene la mia ricerca e in quale direzione si sta orientando non lo so (sono ignorante). Che c’entra, la mia “arte” m’interroga tutti i giorni (non c’è bisogno che io interroghi lei, mi sembra già abbastanza!), ma non so dare una risposta. Credo che nel momento stesso in cui capissi pienamente da dove viene e dove vuole andare, perderei ogni stimolo, non sarei più un suo “servo”, un suo “ strumento”. L’arte in me cesserebbe insieme alle sorprese che fin qui l’han tenuta viva.

3-Nella tua vita, è l’Arte l’espressione più giusta per comunicare?

Forse sì. Accanto ci sono anche la Poesia e gli Abbracci (l’Amore).

4-Ritieni che tra le tue opere ce ne sia una in particolare più significativa?

Ritengo che l’opera significativa debba sempre compiersi. Amo le mie opere, ma poi me ne distacco. L’arte, in esse, sarebbe amata troppo in piccolo, così torno ad amare L’ARTE nella sua essenza, e basta.

5-C’è un’opera d’arte, non tua, che ha rappresentato per te un importante riferimento?

Non lo so, forse più d’una, ma quando me lo si chiede non ho mai in mente niente.

6-Consideri l’Arte fine a se stessa, o credi che possa anche avere una funzione sociale, quindi un linguaggio ed un mezzo per poter cambiare la realtà delle cose?

Ad una delle mie ultime mostre ho cominciato a scrivere e scrivere fogli sull’argomento in questione che poi appendevo; è stata un’ottima maniera per interagire con i visitatori. Se avete pazienza, ve li ripropongo:

L’arte è un disinteresse totale dal mondo. Perché anche se lo ribalti il mondo e lo rimescoli e lo spremi , da quel succo non può nascere l’arte.
L’arte è invisibile. Non è presente l’arte. L’arte fiuta chi ha affinità con lei.
L’arte è il richiamo del lupo nella foresta che cerca un suo simile e non può trovarlo. Perché in realtà cerca se stesso e quello che in se stesso vuole uscire dalle viscere, vuole nascere, e che poi è assolutamente unico, vivendo della sua unicità.
L’arte non dà scampo. È solo quella che passa per la tua strada sibilando e mordendo dall’interno per essere espulsa all’esterno mentre va formandosi.
L’arte è una nuvola che non riesci ad afferrare ma puoi vederne il manto, il lampo e ascoltarne il suono. Puoi metterti sotto la sua ombra, assaporare l’aria che vi porta. Vivere dei suoi mutamenti.
L’arte è un fiore profumato che attira il tuo naso.
L’arte è una farfalla che sceglie i suoi fiori per l’impollinazione (chi si getta a capofitto su di lei per rubargli il “polline” la uccide e si macchia di un crimine. Tentare di camuffare la verità è un crimine).


Qual è il confine tra utile e inutile nella pratica artistica?

Alcune persone sostengono ancora oggi che l’arte sia inutile. È così, dal punto di vista pratico, ma non spiritualmente.
In un certo senso si può dire che l’artista sia un’utile parte dell’inutilità. Credo che l’inutilità sia l’assenza della pratica artistica. È una sensazione costante, un continuo desiderio che non verrà mai soddisfatto.
Il mio progetto ad ARTISTI ALL’OPERA è sull’inutilità di dipingere oggi. Il mio lavoro è esplorare il futile. I viaggi nello spirito m’hanno insegnato a credere nell’arte “alta”, e che se l’arte non è filosofica è noiosa. Anzi, per essere più preciso, bisogna aggiungere che al rischio del banale si contrappone quello della forzatura, del cervellotico, di un’impronta troppo umana per avere quel respiro universale che contraddistingue l’opera d’arte. L’arte deve essere filosofica senza che l’artista lo “sappia”. Tutti debbono godere della sorpresa che è intrinseca all’opera d’arte, artista compreso (in primis se vogliamo).
È molto difficile capire come mai la buona arte faccia la sua comparsa guardando al dada, al surrealismo, all’arte concreta; qualsiasi siano i tuoi punti di riferimento, espressionismo astratto, concettuale, performance etc. è difficile trovarne le ragioni storiche sociali. Forse l’arte è davvero disconnessa nonostante tutti questi bla bla bla politici. È davvero inutile, un modo per bruciare soldi. O dobbiamo tornare a pensare che l’arte aiuti a maturare le coscienze, elevi lo spirito e lo avvicini al bello?
Non puoi decidere se qualcosa è sciocco o no, se non 20 o 50 anni dopo. Se stai sempre a raccogliere e ad assorbire, se vivi intensamente e sei presente al 110 per cento, allora sei sempre collegato alle cose, e nulla di ciò che fai sarà sciocco o inconsapevole. Veramente è anche da supporre che niente sia così altamente intelligente…
Il bello di essere artista è che puoi essere al contempo stupido e intelligente: non c’è un’altra occupazione che lo consenta. Bisogna essere stupidi al momento giusto…
Molti artisti diventano pretenziosi con l’età, e noiosi. Non occorre entrare nell’entertainment: puoi restare accademico e intellettuale e anti questo e anti quello ed essere comunque noioso!… Almeno se hanno successo diventano meno molesti!
Certi artisti provano ad avere una vita “normale”, ad evitare in ogni modo di fare una vita “da artista”, tentano di trovare dei lavori qualunque. Provano ad assecondare il detto “non mettere al centro della tua vita quello che non vuoi perdere”: prima cercano di essere una persona, poi un’artista. Ciò è fattibile? … A volte guardi te stesso e dici: non posso essere un architetto, né un matematico, né uno scienziato, non posso essere neanche un semplice impiegato, non posso essere tutte queste cose che mi interessino o meno. Ma le posso investigare attraverso l’arte. Noi artisti abbiamo bisogno di più tempo, tempo per pensare, per girovagare: se sai dove devi arrivare, non c’è bisogno di andarci.
L’arte per me è una malattia, tanto che ogni momento, ogni cosa che succede durante il giorno la devo ricondurre e riallacciare alla pratica artistica. Credo che un artista lavori sempre (anche se spesso non ama chiamare lavoro quello che fa!).
Tutta la mia vita è un giocare con me stesso e con i sogni delle persone.
La parola ‘lavoro’ la ricollego ad un impegno pratico che spesso la mia mente rifiuta di svolgere, e, in quell’ambito, provo a rilassarmi, comportarmi bene, dire cose adeguate, essere divertente.
Riaffacciandomi sulle parole ‘utile’ e ‘inutile’, mi nasce spontaneo affermare che indicano realtà separate che come tali non esistono.
Certe volte mi capita di incrociare qualcuno e fare discorsi che non so se siano utili o no, ma qualcosa di quello scambio mi rimane impigliato in testa, riemergerà in seguito in un modo diverso, associandosi ad altre cose, diventando una cosa nuova.
Credo che la gente sia appesantita dal tempo che perde nell’autobus per esempio, o dal dottore, o in qualsiasi posto ci sia da attendere e si è portati ad assumere un silenzio assente. Credo che in quel posto ci si possa organizzare una bella mostra ottenendo ottimi risultati.
Poco importa se l’arte è considerata inutile dalla maggior parte delle persone. Nel passato il bello era legato all’utile e l’arte svolgeva una funzione didattica. Oggi l’arte è perlopiù slegata da un’evidente funzione sociale, e proprio per questo è lontana dalle persone. Ma il senso permane: a volte non c’è niente di più bello e poetico di una frase inutile. A me comunque non piace la separazione tra utile e inutile: mi interessa quando l’uno diventa l’altro.
Purtroppo nella quotidianità può capitare non solo di trovarsi dal medico, in autobus o alle poste e perdere un tempo relativamente breve, può capitare un imprevisto che causi una sorta di black out. Spesso in queste situazioni succedono cose interessanti. Come se la gente, quando è spinta agli estremi,trovasse la maniera per relazionarsi, si scoprisse vicina, s’ingegnasse per alleggerire il fardello comune.
Il mio “lavoro” gira intorno all’idea di vedere l’invisibile, di vedere ciò che è magico, sempre.
Vi è una definizione romantica per la quale l’arte ha un certo status proprio perché non ha uno scopo preciso, è oltre la quotidianità. Adesso vogliamo tornare alla quotidianità, al punto in cui c’erano i dipinti nelle chiese perché si capisse cosa vi si diceva. Questo è bello: non mi piace l’idea che l’arte sia qualcosa d’incomprensibile, chiusa in qualche strana torre da qualche parte, irraggiungibile e intoccabile.
Oggi gli artisti stanno cercando di diventare utili. Ci si interesserà di nuovo all’arte. Prima era il passatempo dei ricchi, ora qualcosa di completamente diverso. Nazioni che hanno avuto un tracollo economico-finanziario prima dicevano: “perché mai si fa questa cosa inutile chiamata arte?”, loro facevano qualcosa di utile e all’improvviso si sono rovinati; ora non lo dicono più.
A Berlino con la crisi attuale non c’è stato un vero cambiamento perché dopo la seconda guerra mondiale non c’è mai stata un’industria. È la città dell’inutilità ( e del pensiero persistente e rigenerante).
Il “lavoro” dell’artista è creare apparizioni.
Negli anni del boom economico si è esercitata su alcuni artisti una pressione molto faticosa: non era più possibile prendersi cura di un pensiero perché bisognava continuare a produrre oggetti. La rottura, invece, deve essere di progetto. Non di oggetto. Occorre produrre pensiero, ed è impossibile farlo se si è in balia del continuo cambiamento. Le mostre sono un’opzione, non possono essere l’unica. Io adoro la crisi che permette agli artisti di lavorare di nuovo su pezzi unici, anziché su intere edizioni.
Il tuo spirito non è migliore se hai meno soldi, le cose materiali non sono cattive per principio. E le cose cattive non migliorano se in giro ci sono meno soldi, anzi le persone diventano in genere più conservatrici. L’idea che se ci liberiamo dalle cose materiali possiamo essere più nobili mentalmente non funziona, mi dispiace.
Che il cuore e la mente siano liberi da attaccamenti e cavilli, di questo sì, si avvertirà sempre la necessità. La povertà francescana forse si basa sul fatto che molte cose sono belle e utili ma non devono sottrarre il posto primario a Dio, non devono creare dipendenza.
Prima del boom gli artisti facevano arte pur guadagnando poco o niente. Con la crisi torneranno a fare quello che hanno sempre fatto.
Io sono alquanto propenso ad accogliere un’arte che ti arriva senza nessun perché o per cosa o per come, almeno apparentemente, nell’inconsapevolezza del momento (a tempo debito proverai a darti delle risposte). Sono per l’artista che si mette a servizio dell’arte sposando la sua causa e il suo mistero senza pretendere svelamenti, anticipazioni. Con la certezza che a me è dato di capire un tanto e non di più. Essere un canale che non pone condizioni, che lasci curare all’arte stessa i miei interessi personali, ecco quello che vorrei.
L’idea di arte inutile deriva forse da ‘adorno’, dall’andare contro questa macchina di produzione di significato, di pensare in un modo diverso.
È un’adorabile posizione per l’artista.
Non si tratta di creare soprammobili, perché anche questi hanno la loro collocazione, sono studiati in funzione di. L’arte di un certo spessore è importante proprio perché non puoi giustificare la sua importanza, ma non puoi fare a meno di constatare che ce l’ha.
Non voglio con questo dire che disprezzo chi si fa strumento in funzione di; di occupare i magazine e le colonne dei quotidiani per esempio, o d’improntare un’arte che funzioni per il concept di una biennale. È che l’arte non va imbavagliata e non la si può costringere a solcare strade che lei non ha previsto. Non è un cavallo che fa il bravo e ti viene appresso se gli dai uno zuccherino. L’arte si concede ma non si fa comprare da nessuno, neanche dall’artista.

7-Che cosa ne pensi dell’Arte Contemporanea?

L’arte contemporanea si può avvalere di molti mezzi e quindi ha più sfaccettature, esigenze, possibilità. Il computer, la telecamera, la fotografia, le installazioni, le performance che combinano più espressioni creative ed altro ancora, in aggiunta al fare classico, sono lo specchio di un mondo in ebollizione che fa sì che ognuno operi per suo conto; difficilmente si può parlare di correnti artistiche, di scuole di pensiero, di lavori di gruppo che non abbiano fine a breve scadenza. Credo che sia da valutare con attenzione se quel determinato strumento che usi è a te congeniale e se si lascia plasmare fino ad assumere un’anima. Quando è così, allora tutto è buono.

8-Puoi parlarci del tuo Studio d’Arte?

Mi piace ogni tanto sfogliare riviste d’arte contemporanea o libri d’arte moderna (molto, molto meno i classici), ci trovo talvolta qualcosa che mi stimola e mi appassiona, ma presto diventa una pressione, a volte quasi insostenibile, su quel che io come artista son chiamato ad offrire, sento delle sferzate,l’esigenza impellente che si materializzi ciò che mi morde dentro, la spinta a lasciare all’umanità quella porzione di nuovo che può scaturire dal mio pennello.

9-Credi nelle comunità virtuali?

Credo che si possa avere un “comune sentire”.  Credo ci siano delle sinergie che al momento stabilito si incontrano e interagiscono fornendo sviluppi straordinari. Esempio: Francesco Lioce, vedendo una mia mostra, mi disse che avrebbe desiderato che io illustrassi l’ultima raccolta poetica che stava completando. In effetti avevo letto su una rivista tre sue poesie e avevo avuto il medesimo desiderio. Non basta (e non so per quanto potremmo continuare). Mi disse che mi avrebbe spedito al più presto del materiale fotografico e tutti i componimenti scritti per iniziare il mio lavoro. Mi accennò che il libro avrebbe trattato di un viaggio in Giappone dove era andato per conoscere la famiglia e l’ambiente nativo di quella che nel frattempo era diventata sua moglie. Mentre lui parlava, sapevo di aver già fatto due dipinti per il libro e, prima che mi arrivasse il materiale, ne avevo fatti altri due. Non mi ero documentato sul Giappone, non mi ero documentato su niente,ma i dipinti, arrivati come un fulmine, mi colsero di sorpresa.

10-Pensi che con i nuovi media si possa comunicare l’arte e la poesia?

Penso che la migliore comunicazione sia quella che ti porta davanti alle opere e ai loro autori e che la poesia abbia bisogno di una voce che le dia vita e che la interpreti. E di essere letta sulla carta. Comunque i nuovi media possono essere strumenti di avvicinamento.

11-Che ne pensi degli artisti che si muovono in gruppo?

Penso che sentano quella necessità; la necessità anche di farsi forti l’un l’altro perché essere artisti è dura e, probabilmente, lo stare insieme aiuta a “crederci” fino in fondo. Credere a quel qualcosa di così astratto che ti sovrasta e ti fa sentire una nullità perché ti spoglia e ti discosta da tutto il resto che è al mondo.

12-Ritieni che in Italia sia possibile sviluppare progetti artistici d’avanguardia, in maniera seria?

Penso che il luogo giusto sia la profondità più profonda del nostro cuore. Premesso questo, ho sentito dire che in alcune città ci sia un fermento maggiore che in altre, circolano più artisti e si respira più arte.

13-Chi ritieni che nel panorama artistico contemporaneo possa essere considerato, il miglior critico d’arte? Gallerista? Collezionista?

Mi capita di leggere ottime recensioni, uscite da penne diverse (anche sul mio conto) e sentire commenti a voce di mister X e di mister Y che vengono ad una tua mostra e ti fanno una lastra così precisa che la risonanza magnetica potrebbe essere buttata senza ripensamenti nel ferro vecchio. Non saprei nominarne uno in particolare. I galleristi li ho sempre visti di “sfuggita” e pure i “collezionisti”.

 
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