domenica 16 dicembre 2018
 
 
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ROBERTO STELLUTI

3ridim.jpgROBERTO STELLUTI PROTAGONISTA DEL PREMIO CITTÀ DI STAFFOLO 2011
dal 23 luglio alle ore 18.00 La mostra rimarrà aperta fino al 31 agosto, dal mercoledì alla domenica, con orario 17.00 – 20.00


Il Premio Città di Staffolo è, senza dubbio, uno degli appuntamenti imperdibili dell'estate ed un punto di riferimento artistico-culturale importante nel territorio della vallesina. Questo evento, mondano e culturale, che nel 2010 ha festeggiato il decennale, è un format, ben congegnato dal Comune di Staffolo e dall'Associazione Culturale SjArt, che prevede la premiazione di una personalità artistica di fama nazionale e, contestualmente, alcune interessanti iniziative correlate che si sviluppano durante il periodo vacanziero. Quando il riconoscimento è stato assegnato ad artisti dell'arte visiva, per tutti i mesi estivi successivi alla cerimonia di consegna, sono state allestite mostre personali nel magnifico spazio della Collegiata di San Francesco, come quelle di Enzo Cucchi, Walter Piacesi, Walter Valentini, Arnaldo Pomodoro, Oscar Piattella, Eliseo Mattiacci e Mario Sasso. Diverse invece le iniziative messe in campo nel 2002 per l'amatissima attrice Valeria Moriconi, per la quale venne rappresentata una piece teatrale o quelle, nell'anno successivo, che hanno visto il musicista Marco Poeta, esibirsi in concerto col suo Fado incantatore. Infine come dimenticare l'appuntamento dello scorso anno con il quale il Premio ha aperto i confini marchigiani agli artisti italiani scegliendo Maurizio Galimberti, testimonial nel mondo della Polaroid, che per l'occasione realizzò “Staffolo Project” un reportage fotografico sul paesaggio e sui personaggi del luogo e, durante la cerimonia di premiazione, diede vita, assieme al chitarrista jazz Roberto Zecchini, ad una performance live creando uno dei suoi leggendari ritratti.
Niente di tutto ciò sarebbe possibile senza uno dei più ferventi promotori dell'evento, ovvero, il Presidente della Commissione dott. Domenico Rosetti che commenta così il premio dagli esordi ad oggi: “Dal mio punto di vista, lo definirei un percorso stupefacente, non solo per la durevolezza che, di anno in anno, né fa un appuntamento cardine dell'estate, ma, soprattutto, per l'importanza degli artisti che si sono succeduti nel tempo”. Grazie poi all'intervento del Comune di Staffolo ed in particolare del Sindaco, Sauro Ragni, che per questa edizione ci ha fatto notare come:” è inutile sottolineare come un evento di tale portata sia impegnativo e gravoso per una piccola comunità come la nostra, soprattutto dopo i tagli che ogni comune è costretto ad effettuare per la cultura” e grazie anche all'associazione SjArt che si è impegnata nell'organizzare e gestire la totalità dell'evento. Proprio alla Presidente dell'Associazione Culturale SjArt, Rossella Colocci, chiedo cosa hanno in serbo per questa edizione 2011: “Quest'anno l'artista prescelto è l'incisore fabrianese Roberto Stelluti e per lui abbiamo pensato ad un percorso più articolato, rispetto a quello degli anni precedenti, dando vita ad un'antologica dal titolo Horror vacui, che parte dagli esordi, con le acqueforti degli anni '70, per arrivare fino ai disegni a punta di diamante dell'ultima produzione”.
La premiazione si svolgerà il 23 luglio alle ore 18.00, presso la Collegiata di San Francesco di Staffolo, con la tavola rotonda alla presenza dell'autore e l'inaugurazione della personale Horror Vacui. La mostra rimarrà aperta fino al 31 agosto, dal mercoledì alla domenica, con orario 17.00 – 20.00, durante i giorni in cui il paese è animato da manifestazioni, la chiusura sarà prorogata alle ore 24.00.

HORROR VACUI di Nicoletta Rosetti

Vedere con gli occhi di Roberto Stelluti è guardare fuori dalla finestra del suo studio di Fabriano, oltre i tetti e le stradine irte fino a Pascelupo o ai cancelli di una villa dimenticata; poi, volgersi all’indietro ad un vecchio tavolo, a dei girasoli essiccati di molte estati fa con accanto un ramarro, ad un mazzo di soffioni immobili e ad un tavolo da lavoro con una lente d’ingrandimento.
Nei locali di un ex convento, dietro un pesante portone di legno che si apre al suono di una campanella, lavorano la perizia e la grazia di questo artefice del riempimento del vuoto, creatore di  mondi pieni, folti e perfetti, domatore dei segni del punteruolo pervasi di inchiostro nero; rigorosamente nero perché, del colore, il Nostro ha sì memoria  “c’era in un erbario di molti anni fa e nei miei primi dipinti a olio” ma, oggi, non ne vuol parlare.
Della natura incontaminata delle sue opere, che vorremmo scoprire dietro una cortina d’edera in un fitto sottobosco marchigiano, e di quei paesaggi di ruderi e archeologie, Stelluti confida che sono poche le sue opere che lo soddisfano. Queste complesse tavole dai bordi stondati sono come vite parallele: apparentemente simili, vibrano di accenti differenti. Per ognuna di queste entità, seppure dalla stessa matrice siano stati tirati altri esemplari, il Nostro ha una storia diversa fatta di prove e ritocchi, di inchiostro, di carta e di acidi di morsura. Proprio per questo, le visioni cristalline che emergono dai rulli calcografici non sono fotografie “no, una fotografia no!” ma percorsi segnici intrisi di immagini reali e ricordi. E se anche, a guardarle, queste acqueforti le si scambierebbe facilmente per il messaggio senza codice di Barthes, in realtà, è la pelle che è diversa. Queste trine di linee complesse, profonde o sottili, sono figlie della manualità del tratto, dell’ininterrotto filo dei  pensieri che guida la punta sottile sulla lastra vergine, dove ogni solco è parte fondante di un progetto molto più grande e già tutto presente a se stesso nella mente visionaria che comanda la mano indefessa. 
Lastra dopo lastra, i soggetti vegetali si mostrano eccentrici e sovrabbondanti, oppure, al contrario, essiccati e scheletrici; belli della bellezza che Montale riconosceva all’osso di seppia, come il Nostro la riconosce al cranio di maiale scarnificato posto sul davanzale della sua finestra “mi incanto a guardarlo per ore, nella luce che cambia con lo scorrere del giorno”. Non c’è di che sorridere in queste visioni di un mondo naturale incolto e selvaggio, di un suolo antropizzato deprimente e disperato e di un piano su cui si avvicendano nature morte solitarie. Al più, le si può credere edulcorate, considerandole attraverso la solenne e ieratica armonia del nero inchiostro vischioso incorniciato nel puro candore rugoso della carta.
Anche le fiere architetture dell’archeologia industriale, nette e forti pur se protette dalla carta velina che le separa una dall’altra all’interno di una grande cartella, non sono che scaglie di umanità. La storia dell’uomo è tutta qui, ritta sulle travi massicce dell’Omaggio a Piranesi, o confusa come lo è la discarica ai piedi della sopraelevata, magari accatastata come i cadaveri di auto in equilibrio precario sui quali si staglia un’ultima speranza: “un bambino che sta per cadere o che non sa come scendere”. In questo cosmo dai tempi rappresi, immobili, la morte e l’infinito si abbracciano; nei girasoli, che qualcuno ha visto decapitati, negli eremi perduti, nelle carcasse umane e  nelle  lamiere contorte, in ogni segno di questo punteruolo ingegnoso c’è tutta l’epicità del passato, ma di essa non rimane che un’eterna epifania, più perfetta di qualsiasi finzione.
In questo studio, fatto di ricordi e musica classica, anche la polvere che ricopre l’alchechengio e i cardi ha un suo perché: sedimentandosi segna lo scorrere del tempo e delle stagioni sulle cose e sul passato, e mi chiedo se non sia anche per questo che i soffioni che si stagliavano limpidi su un fondo denso ed inchiostrato, oggi, tratteggiati dalla punta d’argento, sembrano incanutirsi e disperdersi nella purezza del bianco.
Disegno, certo, ma, soprattutto, pensiero infallibile, pazienza e autocontrollo. E poi, dico io, ci vuole il vuoto. Foglio dopo foglio, diviene sempre più chiaro che la malia, il fascino finale delle opere di questo artista del pieno sembrerebbe essere tutta in quel suo terribile opposto. Nello spazio che separa la lastra dalla punta sottile, nell’istante che precede un nuovo inizio, nell’horror vacui che incide, egli stesso, il suo canone inverso: è da quel vuoto pneumatico fatto di nulla e di niente che si sprigiona il mondo pieno, folto e perfetto in formato 80x60 cm, di Roberto Stelluti. Ci sovrasta e ci riempe gli occhi, stipando in quel rettangolo di carta tutta la bellezza insita in ogni forma del reale che è esterna ed estranea alla nostra carne: si tratti di vegetazione o di ossa, di carcasse ferrose o di  architetture dismesse. In perfetto equilibrio tra l’horror e il vacuum, lì riposa l’istinto del pieno, chiave di volta di queste acqueforti prive del nulla.

 
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