martedý 17 settembre 2019
 
 
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LA RAGIONE PITTORICA

Mostra La ragione pittorica: quattro grandi nomi del panorama artistico contemporaneo arrivano in Abruzzo
Vernissage organizzato dall’Associazione Culturale  Forlenza Studio d’Arte con le opere più recenti dei pittori:
Alberto Abate, Ennio Calabria, Giuseppe Modica, Franco Mulas
Teramo, 10 maggio – 14 giugno 2008
Una mostra per evidenziare la sostanza  della indagine pittorica, attraverso le opere più recenti di quattro grandi protagonisti della storia della pittura italiana che vivono e lavorano a Roma: Alberto Abate, Ennio Calabria, Giuseppe Modica e Franco Mulas. Sarà questo l’obiettivo de La ragione pittorica: mostra organizzata dall’Associazione Studio d’Arte Forlenza di Teramo a cura della dott.ssa Maria Cristina Ricciardi, che si inaugurerà alle ore 18.00 del prossimo 10 maggio e che resterà aperta al pubblico fino al 14 giugno 2008 (lunedì: 16.30 – 19.00; dal martedì al sabato: 10.00 -12.30 // 16.30 – 19.30; domenica: chiuso).
Vicinanze e lontananze giocheranno tra di loro in questo decimo progetto espositivo dello Studio d’Arte Forlenza, al suo quinto anno di attività. Nelle 24 opere esposte, ritroviamo «espressività e riflessioni profondamente diversi  – ha affermato la dott.ssa Ricciardi - che testimoniano il valore straordinario che la pittura assume, per la specificità della sua voce, nella babilonia dei linguaggi odierni e l’ inesauribile ricchezza di significati che questa riveste ancora per sé stessa e per gli altri nel suo ruolo di irrinunciabile comunicazione umana».

La ragione pittorica  titola, con augurale intenzione, il decimo progetto espositivo dello Studio d’Arte Forlenza che,  tramite questa importante  occasione festeggia anche il suo quarto anno di attività. La mostra presenta le  opere  più recenti di quattro grandi  nomi del panorama artistico contemporaneo, che vivono e lavorano a Roma: Alberto Abate, Ennio Calabria, Giuseppe Modica e Franco Mulas. Vicinanze e lontananze giocano fra di loro. Più prossimi per generazione  Calabria e Mulas, legati da una lucida e profonda riflessione sulla realtà del  mondo e sul senso della vita, che approda alla  disgregazione dell’impianto logico-formale, più metafisici e con esiti linguistici meno distruttivi del valore visibile, Abate e Modica che invece muovono da universi di chiara astrazione mentale.
Espressività e riflessioni profondamente diverse che testimoniano il valore straordinario che pittura assume, per la specificità della sua voce, nella babilonia dei linguaggi odierni e la inesauribile ricchezza di significati che essa riveste per sé stessa e per gli altri nel suo ruolo di irrinunciabile comunicazione umana.
Una ragione che spetta alla pittura. Una pittura che ha la sua ragione di esistere e di  continuare ad essere intesa ed amata.
Alberto Abate è un pittore di raffinati mondi concettuali, percepiti con incantato compiacimento e supportati da una pratica pittorica vissuta con grande riflessione e cura di dettaglio. Una pittura totale, chiamata sin dai  primi anni Ottanta “anacronista” (giacché al tempo era anacronistico essere pittori), fatta di tecnica tradizionale e di percorsi mentali che riflettono e dialogano con i significati criptati, i segni esoterici, le simbologie ed i fantasmi del passato, con l’identità stessa della storia dell’arte. Situazioni da scrutare come orizzonti, capaci di riferire, nel saper viaggiare oltre, molto altro ancora. Al di là dell’ apparente cortina di  una certa piacevolezza di visione, volutamente cercata  dall’artista,  la formulazione dei contesti  e dei personaggi trattati, rivela, in realtà (perché la pittura per Abate esiste per “rivelare”), la precipua funzione medianica addebitata all’Arte, che si consacra come “nozione sensibile”, iniziatrice di conoscenza, di un ampliamento sostanziale dei  confini tracciati dentro le variazioni del vivere umano. Questo significa non solo affermare intellettualmente il ruolo che la pittura assume  nell’ambito della cultura figurativa occidentale, ma ribadire la qualità di una indagine che punta ancora sulla conoscenza, investendone tutti i livelli, per ridare vita alla pratica della coscienza. L’immagine, depurata da pulsioni personali che la inficerebbero, è il luogo mentale della riflessione allo specchio, del pensiero. Analogamente alla valenza dell’ ideogramma, essa deve saper contenere dei concetti, raccogliere cioè dei significati che sappiano andare oltre la visione, riconsiderando la capacità contemplativa dell’arte, che parla attraverso la funzione intellettuale del processo pittorico. Ecco quindi i


suoi fiori, che si confondono con quelli presenti sulla  tappezzeria e nelle decorazioni dei vasi, in un gioco illusorio in cui  la rosa, le strelitzie, le gerbere e i tulipani, persino il grande fiore di magnolia posto in primo piano, creano continui rimandi ad  altre consapevolezze che si avvalgono di profondi significati  composti insieme, laddove la rosa bianca, simbolo dell’amore eterno e puro dialoga con quelle sulla parete, ai cui  sette petali corre il richiama esoterico alla spiritualità dell’arte, alle soglie della conoscenza e all’ordine settenario del cosmo. L’attività dello spirito è ribadita nei suoi ritratti, sempre eleganti, nel loro gusto Art Déco, con  donne raffinate e slanciate, come la poetessa Anna Achmatova,  la cui ricercatezza è rilanciata dagli arabeschi di gusto orientale della tappezzeria di fondo,decorata da fiori di loti, espressivi  dell’armonia cosmica e da aironi bianchi, uccelli che nella mitologia cinese trasportano le anime verso il Paradiso, immagine stessa di un temperamento nobile. Motivi ricercati, che riferiscono la disposizione  d’animo  dell’artista verso la contemplazione e la riscoperta di un nuovo senso dell’eterno.
In aperta polemica contro un discutibile concetto di modernità, che  in verità nasconde  il più profondo disinteresse verso l’essere umano, con una ricerca espressiva ed un linguaggio pittorico profondamente diverso da quello di Abate, la pittura di Ennio Calabria realizza da conquant’anni contenuti di altissimo valore speculativo collegando i mondi del visibile con le sfere incorporee del pensiero, pervenendo alla creazione di immagini che incoraggiano e alimentano  la nostra facoltà di conoscere e di comprendere. «Mostrare l’esistenza sovrannaturale che si cela dietro tutte le cose, spezzare lo specchio della vita per consentirci di guardare all’Essere» affermava il tedesco Franz Marc, amico di Kandinskij nei suoi scritti d’arte,  allusivi di  principi di mistica  cosmica. Anche per la pittura di Calabria, come per  Abate, possiamo parlare di ampliamento fattivo degli orizzonti percettivi, ma ciò che qui si determina non avviene oltre la forma, attraverso il valore del simbolo o dell’allegoria, bensì all’interno della cosa stessa, che pertanto e inevitabilmente prende a modificarsi, a deformarsi, a sbilanciarsi, a vivere nuovi instabili equilibri, sempre passibili di ulteriori metamorfosi. Un relativismo che in Calabria però non vive mai di insensati nichilismi, assumendo piuttosto il carattere  di un’ etica positiva, perché pur in un mondo in cui tutto pare in un continuo fluttuare e in cui le soluzioni preconfezionate lasciano il tempo che trovano,  la libertà individuale  del saper dare un senso alle cose, ricostruisce e ridona  unità, dunque benessere,  al soggetto pensante. In questo senso leggo con infinita ammirazione la forza d’animo che l’artista mette dentro il suo lavoro, visto che, ancora dopo tanti anni, la sua  pittura  non si è mai stancata di insegnarci a pensare, né lui di interrogarsi. E’ questo impegno umanissimo, vivo di intensità intellettuale, condotto con altissima perizia tecnica, da corpo ad un risultato che è  la trascrizione stessa di un processo cognitivo, la forma assunta dalla conoscenza.  Così come resta ineguagliato quel suo primato pittorico, speso nelle cromie di  familiari azzurri  e rossi, fatto di precarie stabilità che contorcono le prospettive della visione e generano  i suoi  noti “scorci deformanti”, registrazioni della natura articolata ed inquieta della vita umana. In tal senso non nascono per caso i suoi ritratti. Come quello al filosofo abruzzese Benedetto Croce, consapevole nella sua dottrina estetica di quanto traballante ed instabile fosse  il terreno su cui l’uomo deve pur vivere da uomo, e di quanto forte e profonda sia l’intuizione che guidi l’artista. Analogamente, il ritratto al fisico inglese Isaac Newton, una delle più grandi menti di tutti i tempi, pare rendere omaggio alla libertà individuale, attraverso  il valore soggettivo della percezione a cui lo studioso pervenne nei suoi esperimenti sull’ottica della visione. In questo modo, la coscienza pittorica di Ennio Calabria ci regala un magnifico “ponte” tra la particolarità sfaccettata dell’ “io” ed i mondi delle possibilità infinite.

 

Un’altra magnifica analisi pittorica sulla “instabilità”, come condizione esistenziale  connessa alle dissolvenze della luce e alla natura fluida e mutevole del grande Mar Mediterraneo, esplode nella visione artistica di Giuseppe Modica,  autore delle più belle pagine pittoriche mai scritte su questo immenso specchio d’acqua che l’ illustre storico Braudel ha giustamente appellato “il continente liquido”, riflesso di una storia fatta di culture millenarie europee, asiatiche e africane. Un universo affascinante, acquoso e solare, intriso dei pensieri e delle azioni degli uomini,  immenso mare che in un lungo perimetro di coste che si snodano da Gibilterra al Bosforo, collega le storie di  Paesi e di popoli diversi. La pittura Giuseppe Modica è dunque la quintessenza stessa di una  magnifica mediterraneità che sa reinventare e rigenerare pittoricamente determinando la poeticità di una visione che è altra cosa dalla realtà. Ed ecco le sue spazialità luminose,  intrise di mondi medio-orientali, romani e greci, e di continui rimandi alla vita delle cose che lo animano, su cui ho avuto già modo di scrivere in occasione della bella mostra personale tenuta dall’artista nell’autunno del 2006 allo Studio Forlenza. Una dialettica assai viva tra la realtà e la sua apparenza che coinvolge la superficie del quadro-specchio attraverso un articolato ecosistema, scandito quasi ritmicamente da ortogonali traiettorie, da rugginose ecchimosi che affiorano, come una antica patina sulla superficie del dipinto, alimentandone la tensione. Parimenti, si pone la questione  pittorica   tra un “fuori” e un “dentro” che si cercano, si rincorrono, laddove il mare entra nelle stanze e le stanze si aprono al mare, che penetra attraverso le terrazze assolate e dalle maioliche sconnesse, fissandosi sugli specchi, o suggerito dalle tele dei quadri appesi alle pareti, “finestre” non mero vere di quelle reali. Artifici scenici  usati da Modica con consapevolezza pittorica e con raffinatezza di sintesi, per prolungare lo sguardo, “prendere le distanze” – come recita il titolo di una delle opere esposte - per sottrarsi alla rappresentazione descrittiva della realtà, e  parlare della vita oltre il visibile, della vita oltre la contingenza del tempo. Lui, siciliano come Guttuso, Caruso, Guccione, metafisico come Piero della Francesca, come de Chirico, impegnato da anni a registrare quello spazio misterioso, che solo la pittura riesce a sottrarre all’indefinitezza di quello spazio che è  tra l’apparire e l’essere. Lui, imparentato alla “sicilitudine”, di Sciascia, alla sospesa malinconia di  Brancati, alla crisi dell’uomo contemporaneo messa inscena da Pirandello. Ed ecco che l’imponente monumentalità dei mulini a vento come  quella delle storiche architetture urbane della Capitale, incontra  sulle sue tele la fragilità  neutrale di finestre a vetro su cui proiettare la propria immagine che  - come Manritte ci insegna - è altra cosa dalla loro realtà, ma è pur sempre vera quando diviene pittura, quando la guardiamo e sentiamo che intimamente ci appartiene.
Dopo il ciclo “Big Burg”, dei primi anni Novanta, che mette a punto, con polemica efficacia,  l’anima alterata di  un paesaggio dal colorito antinaturalistico, tagliato a fette  quasi fosse un bene commestibile pronto all’uso, Franco Mulas  prosegue, in “Schegge”, la sua indagine sul concetto delle contaminazioni cromatiche e sull’artificialità del mondo, disingannata analisi di una realtà sociale che sin dai suoi esordi, che si collocano alla  metà degli anni Sessanta, l’artista non ha mai perso di vista. Di questa nuova e  straordinaria riflessione dove  il colore è protagonista assoluto, prima più vischioso e fangoso poi offerto come materia incandescente,  Franco Mulas ci propone una  attuale stagione creativa, che avevo avuto già modo di presentare  in occasione della sua personale  in questi spazi.Tutto sembrerebbe partire dalle umidità di  uno stagno, luogo primigenio della nascita e della vita, simbolo di una natura ancestrale e scomposta, come le fronde delle canne palustri mosse dal vento, tanto care al ferino Pan. Penso al vecchio Monet che specchia la propria vita  nel suo laghetto di Giverny,  segnando l’inizio di una moderna fisionomia del fare pittura. Lo stagno di Mulas non è un luogo sognato, ma conosciuto dal pittore, che ne osserva da tempo tutto ciò che vi si agita, come un insieme sfrenato  di forze che crescono separatamente. Se in “Big Burg” l’indagine era rivolta al paesaggio come


manifestazione dell’ibrido anonimo del nostro tempo, che il consumo – citando Venturi Ferraiolo – usura nell’esteticità, e anche vero che il paesaggio in quanto prodotto umano, ne riassume la valenza etica. Quella di Mulas è una visione più disincantata, senza però la crudezza del cinismo,  rispetto a quella offerta da un maestro della sua stessa generazione quale Ennio Calabria che si lascia la possibilità di uno spazio utopico che qui viene meno. Da  “paesaggio artificiato” Mulas passa al concetto di “natura artificiata”, quella che Raffaele Milani precisa come - l’infinita connessione delle cose, l’ininterrotta nascita e distruzione delle forme, l’unità fluttuante dell’accadere, che si esprime nella continuità dell’esistenza temporale e spaziale. Dalla natura provengono all’artista delle forti suggestioni. L’idea stessa della contaminazione causata dall’azione insensata dell’uomo si mostra violenta nelle antinaturalistiche tinte, taglienti come schegge, abbaglianti quanto i neon nella notte, con gialli così incandescenti da potersi quasi scottare al solo sfiorarli, magmi che mentre piovono accendono lo spazio, come meteoriti roventi. Ogni cosa appare come polverizzata, ridotta ad un panorama decadente non più di forme ma di frammenti. La materia pittorica che ha preso corpo dai fendenti delle spatolate, offerte sulla tavola con violenta gestualità, espande il suo colore ad olio  come la nuance di certe stampe degli anni Settanta che smarginando la tinta dai bordi creavano un insolito iridescente effetto di moderno arcobaleno. E l’arte, per l’ingegno di Mulas, continua a farsi domanda incessante sulle cose che accadono intorno a noi, nel tempo in cui viviamo, con la forza tutt’altro che visionaria  e trasognata di che sa bene che mondo vorrebbe, nella felice certezza della pittura.
                                                   Maria Cristina Ricciardi

 
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