lunedý 18 marzo 2019
 
 
.
Alessandra Buschi

Alessandra Buschi è nata a Grosseto nel 1963 e vive nella campagna marchigiana. Il suo esordio  in veste di scrittrice risale al 1986, quando Pier Vittorio Tondelli la inserisce nell’antologia “Giovani blues. Under 25” edita da Traseuropa. Oltre alle raccolte di racconti “Dire fare baciare” (Il lavoro editoriale, 1990) e “Se fossi vera” (Fernandel, 1999), Alessandra Buschi ha pubblicato i romanzi “Il libro che mi è rimasto in mente” (Fernandel, 2000) e “Cruciverba” (Fernandel, 2004). In questa intervista parla delle sue letture, di come nascono le sue storie e di cosa significa raccontare.

Quand’è che è nato in te l’amore per la lettura?
«Da piccolissima. Torno molto indietro nel tempo: io e mio fratello seduti su un baule con mia madre in mezzo che ci legge poesie di Ungaretti e di Quasimodo. Penso che l’amore per la lettura per me sia nato lì, dal mio stupore di vedere mia madre commuoversi mentre leggeva. Una cosa così, che smuove così tanto, dev’essere bellissima, pensavo».
Che lettrice sei? Cosa cerchi in un libro?
«In generale sono onnivora, poi ci sono periodi in cui mi oriento più su un genere che su un altro. Se scovo qualcosa che mi piace, poi magari approfondisco (o il genere o l’autore). Cerco emozione, se non la trovo, il libro viene abbandonato senza rimorsi».
Parlami un po’ delle tue letture…
«Come dicevo, sono molti i generi che mi piacciono. Penso che se uno scrittore è «buono» può appassionarti con qualsiasi genere, trovare il modo di trascinarti con la sua scrittura anche senza andare a indagare in chissà che argomenti profondissimi. La buona lettura si riconosce per quei lampi di genio che ti fanno esclamare “Ma te pensa”… Ho trovato questo in molti autori francesi ad esempio, ma non solo».
La scrittura, invece, quando e come ha iniziato ad abitarti?
«Appena ho imparato a scrivere, cioè all’età di cinque anni più o meno. Credo avessi avuto l’intuizione che la scrittura mi poteva aprire tutto un mondo, per questo ho voluto saltare l’ultimo anno di asilo per frequentare in anticipo la prima elementare… I miei primi racconti (più che altro favole, ad essere precisi) e le prime poesie risalgono a quel periodo. Insomma la scrittura ha iniziato ad «abitarmi» fin da allora. E pare che finora non abbia mai avuto intenzione di traslocare…».
Cosa significa scrivere?
«Giocare con uno dei fantastici strumenti che abbiamo sviluppato, cioè la parola, non solo per esprimersi ma anche per creare. La prima cosa che mi viene in mente per rispondere a questa domanda è «gioco», proprio com’è il gioco da bambini: partire da qualcosa (la parola, parlata e scritta) per arrivare ad altro. C’è tutto un mondo di combinazioni, intuizioni, incastri, ricerca… non è così distante dalla matematica, oserei dire».
E raccontare? Cosa significa raccontare?
«Spaziare e confezionare (secondo canoni o ricercandone personalmente di nuovi). L’abilità secondo me sta nel riuscire a fare le due cose contemporaneamente, senza nulla togliere a una o all’altra azione».
Ho sempre immaginato che la scrittura la si pensi, prima ancora di metterla su carta. Come se una parte della testa fosse sempre collegata con l’area del narrare…
«Eh sì, per me è così. Credo sia difficile per chi scrive dire se la scrittura è una parte della tua vita o è proprio dentro la tua vita. In certi momenti «senti» che stai vivendo con la scrittura, altri momenti – almeno così a me capita – le cose sono talmente collegate che non ti poni neanche la questione, vivi e basta, e quindi in questo c’è anche la scrittura».
Che tempo è, quello della scrittura? È un tempo contratto? È un tempo dilatato?
«Più che «contratto» o «dilatato», direi che per me ci sono momenti in cui c’è maggiore concentrazione sulla scrittura rispetto ad altri, ma in generale è qualcosa che c’è sempre. Non mi preoccupo mai se per un certo periodo non scrivo: so che tanto prima o poi scriverò».
Che tipo di rapporto s’instaura, in te, tra l’esperienza del vivere e quella del raccontare? Voglio dire: scrivere significa percorrere uno spazio ulteriore d’esistenza? Un altrove vicino e distante?
«Lo spazio ulteriore d’esistenza che dici è dentro di me. Un approfondimento interiore, non un «altrove», ma un «luogo» che immagino già ci sia. Entri in posti reconditi che per mezzo della scrittura puoi portare all’esterno. Tipo lasciare aperta una porta e permettere un’entrata e un’uscita (tu che esci, il lettore che entra; nuove cose che entrano, nuove cose che escono…)».
Cosa rappresenta per te l’autobiografismo?
«L’autobiografismo per me non esiste. Tutto può essere condotto all’autobiografismo, se vai a vedere. Non riesco a pensare che non vi sia autobiografismo neanche in chi scrive biografie. Secondo me non dovrebbe essere un problema questo, eppure si fanno molte distinzioni, catalogazioni, discussioni. La scrittura passa attraverso me in quanto scrittore, per cui non è materialmente possibile che il mio essere e vivere su questo pianeta eccetera eccetera venga escluso. Sarebbe una cosa meccanica, aliena, per lo meno secondo me non è possibile in narrativa (e in poesia)».
Come lavori alla tue storie? Sei metodica?
«Se intendi dire se scrivo tutti i giorni per un tot di tempo al giorno ecc.: no. Poi, quando scrivo, sono metodica nel senso che mi concentro molto. Tra l’altro sono molto pignola con me stessa, quindi anche per una cosa brevissima faccio moltissime riletture fintanto non cambierei più neanche una lettera. Le storie nascono così, senza un metodo in effetti: magari da una parola che mi frulla in testa improvvisamente, o da un fatto o da un pensiero. E’ un mistero capire da dove nascono le storie. A volte stazionano dentro di te per mesi o anni, altre volte arrivano improvvisamente».
Ma hai delle regole da rispettare? Una certa ora, un certo luogo, certe condizioni…
«Nel tempo le cose sono cambiate. Attualmente ad esempio ho bisogno di trovarmi nella mia camera, che per me è un posto proprio tranquillo e semplice. Lo vedo un po’ come un punto intermedio tra passato e futuro: io sono lì, in mezzo, nel mio letto, e scrivo o disegno. È il posto che uso anche per disegnare infatti: il letto è perfetto per me sia per scrivere che per disegnare. Penso di non avere più un paio di lenzuola che non siano macchiate di inchiostro… Per molti anni ho scritto al computer, da qualche anno invece ho ripreso la penna in mano. Certamente così è tutto più lento, ma non saprei dirti: soprattutto per certe cose è come se il computer mi stesse stretto. Per altre invece no, soprattutto se devo seguire un’onda impetuosa di pensieri che voglio tradurre in parole scritte il più velocemente possibile. Difficile che io scriva di giorno: se potessi, avrei una vita completamente notturna, ma sai com’è… La condizione essenziale per scrivere per me è comunque quella della solitudine. Ho avuto anche esperienza di scrittura a quattro mani, ma sempre in modo separato, per lo meno inizialmente autonomo».
“Una stanza tutta per sé” è una condizione fisica o mentale?
«Vedi sopra: mentale innanzitutto, che poi per me diventa fisica nell’atto materiale dello scrivere. Ciò che viene prima dell’atto materiale dello scrivere (che a volte è il lavoro più grosso) non ha bisogno di un luogo particolare».
Vorrei mi spiegassi come nasce, passo per passo, un tuo racconto.
«Ho accennato al mistero di come nascono le storie. Ecco, non posso quindi dirti come inizio a scrivere. Posso solo dirti che quando sono di fronte alla pagina (o al video) e ho qualcosa in testa, la prima stesura che faccio è più o meno quella definitiva, difficilmente ad esempio cambio la struttura. Limo poi tantissimo, certe volte mi sembra pure in modo ossessivo, ma il grosso arriva subito. Questo se si tratta di un racconto. Un po’ diverso se si tratta di un romanzo».
Ti capita mai d’ingaggiare una lotta con una tua storia? Tipo incontrare delle resistenze misteriose, dover assecondare la pretesa che un racconto può avere di essere quel che vuole essere…
«Certo. E a volte vince lui, il racconto… Ho avuto modo di rimettere completamente le mani in qualcosa, una lotta quindi, ma anche questo fa parte del gioco, bisogna mettere in conto che la scrittura non è una cosa facile ed è «naturale» che si debbano fare degli accomodamenti, dei cambiamenti eccetera. Mi viene da dire che bisogna essere un po’ autoritari con se stessi quando si scrive, cioè tenere un po’ in pugno la situazione. Dipende anche un po’ da cosa vuoi te: ci sono situazioni in cui ti sperimenti ad assecondare certi aspetti della scrittura, compresa la pretesa che un racconto o un personaggio possa voler andare come e dove vuole. Dipende, insomma. Tutto ci sta, nella scrittura. Per alcuni ci sta anche una scrittura fatta su misura per il lettore, ad esempio, e allora lì l’autorità dev’essere forte. Finora per mia fortuna ho sempre evitato di fare questo, per me questa sarebbe la lotta peggiore contro me stessa…».
Come ti accorgi che un racconto è “finito”?
«Quando, come dicevo, tutto «mi» scorre, come l’acqua di un fiume, che anche se trova qualche resistenza, sa già che andrà avanti. Leggo ad alta voce quello che scrivo, e se leggo con fluidità senza incepparmi mai in un concetto, in una parola eccetera, allora il racconto mi sembra finito. A volte mi è sembrato anche che lo fosse quando, leggendolo, non mi pareva di averlo scritto io, cioè come se stessi leggendo qualcosa di qualcun altro. Se mi viene da pensare questo, allora penso che un racconto sia proprio finito».
Quindi, per te, per Alessandra, cos’è è un racconto?
«Tutto quello che ti ho detto prima e anche altro, cioè un piccolo mondo, una foto, uno scorcio, l’immagine isolata di un qualcosa di molto più grande che gira attorno a quel racconto: il prima, il dopo, ciò che non viene detto e raccontato, la vita dei personaggi oltre a quello spezzone. È il potere di isolare qualcosa e di sorvolare su altro. Scrivere dà un po’ l’ebbrezza del potere».
Veniamo al romanzo, al quale facevi cenno poco fa. Ripercorriamo le stesse domande del racconto. In quali fasi si articolo la genesi di un tuo romanzo?
«Se per il racconto la prima stesura che faccio è più o meno quella definitiva, anche se come dicevo prima limo tantissimo, se si tratta di un romanzo allora può anche darsi che mi dia delle specie di «tappe» a cui arrivare con la narrazione: raggiunta una tappa vado avanti fino alla successiva. Un po’ come nella struttura di un film, dove ci sono dei nodi drammaturgici a cui arrivare e da sciogliere per poi affrontarne e intrecciarne degli altri. In realtà non ho regole precise. L’unica cosa che posso dirti di sicuro è che per tutto il tempo in cui scrivo qualcosa di lungo e complesso sono completamente dentro quello che scrivo. Quel «luogo» che dicevamo prima arriva in superficie e diventa proprio imponente. Per la nascita dell’idea è la stessa cosa che per il racconto: l’idea può nascere da uno spunto improvviso o da qualcosa di meditato più a lungo. Lungo il romanzo possono poi arrivare personaggi nuovi che mi interessa approfondire oppure luoghi o situazioni. Mi lascio un po’ trascinare ma cerco di non perdere di vista il tutto. Se poi rileggendo mi rendo conto di essermi proprio fatta sopraffare, allora cerco di essere il più critica possibile e di considerare anche la possibilità di eliminare o cambiare anche parti piuttosto consistenti. Non bisogna essere troppo indulgenti con se stessi quando si scrive, non ci si deve far commuovere, secondo me questo è anche indice di una certa professionalità della scrittura».
Che rapporto hai con le tecniche narrative? Stabilisci a priori quale adottare, sia per un romanzo che per un racconto, oppure lasci che s’imponga da sola?
«Almeno per come sembra a me, la tecnica narrativa nella mia scrittura è abbastanza importante, cioè a volte è proprio da questa che parto per una storia. Pensare di utilizzare un certo tipo di scrittura o di struttura anziché un’altra, può essere ad esempio proprio la molla che mi fa iniziare a scrivere quella storia. Come dicevo, mi piace questo «gioco» e quindi a volte lascio che le cose nascano e vadano un po’ dove vogliono loro. A volte prendono strade che non avevo previsto e funzionano. Vale la pena provare, a volte».
Come costruisci i tuoi personaggi?
«Evitando di parlare di autobiografismo come dicevamo prima, i miei personaggi si inventano un po’ da soli man mano che la narrazione va avanti. A volte mi somigliano in qualcosa o somigliano a qualcosa che mi è derivato da qualcuno o qualcosa da me conosciuto. Di solito intorno a qualche punto centrale che è di base alla storia o a qualche loro caratteristica particolare, costruisco dei particolari che caratterizzino meglio un personaggio. Ma poi dipende: a volte il racconto è talmente concentrato su un piccolo particolare che è inutile e anche divertente lasciare al lettore la possibilità di inventarsi il resto».
Cos’è che non va assolutamente detto, in una storia? E cosa, invece, va detto sempre?
«Ecco, appunto: mi piace lasciare la possibilità al lettore di trovare un po’ di libertà in un racconto: ovviamente sono io in quanto scrittore che scrivo, che indico la strada, che scelgo e direziono, ma sono contenta quando riesco a scrivere qualcosa che lascia la possibilità al lettore di immaginare, presumere, inventare qualcosa. Mi piace pensare la scrittura come un tramite, uno spunto, e mi piace se leggo qualcosa che mi dà degli spunti. Quindi se riesco a trasmettere questo con la mia scrittura sono contenta».
La gioia e il dolore vanno nascosti o vanno rappresentati?
«Veramente non mi sono mai posta questo «problema», forse perché penso che tutto possa essere rappresentato e quindi anche nascosto, se lo si vuole. Semmai nella mia scrittura mi pongo la questione di come rappresentare gioia, dolore e qualsiasi altro sentimento. Penso che questo faccia un po’ parte dell’importanza che ha lo stile di scrittura di ogni singolo autore. Ci sono tanti modi di rappresentare tante cose (tutto), la scelta di come rappresentarle è fondamentale. È anche qui che sta la narrazione rispetto al raccontare».
Romanzo o racconto che sia, cosa ti sta più a cuore mentre scrivi una storia?
«Rispettare me e il lettore, che siamo praticamente le due entità essenziali per cui un romanzo o un racconto esista. Rispettare nel senso di dare il meglio che posso (con i miei limiti quindi) e di essere consapevole di poter ricevere quello che posso dal lettore. Direi che questa è la cosa che mi sta più a cuore. Poi ce ne sono altre, ma questa è importante».
Che rapporto hai con la realtà?
«Mi viene da dire semplicemente: buono. Nel senso che ci sono dentro, volente o nolente. A volte prevale il nolente rispetto al volente, ma c’est la vie! Seriamente: la realtà che percepisco è anche quella della scrittura (e dell’arte e del teatro e del movimento…), non riesco a distaccare una cosa dall’altra: la mia realtà è fatta anche di queste cose, quindi non ti saprei dire cosa significa realtà, cioè se dovessi distinguere una realtà astratta e generale da una mia personale… È ciò che percepisco di me e degli altri e insomma tutto ciò con cui vengo a contatto e che traduco con l’essere come sono. Quindi guarda: l’unica cosa che riesco a dire sinceramente e spudoratamente è che la realtà che percepisco sono io. E io sono così».
Il sogno e la memoria che tipo di fantasmi sono? Sempre che siano fantasmi?
«Ecco, appunto, tornando a poco sopra: non sono fantasmi, fanno parte della realtà. Dipende poi che «uso» si fa nella propria realtà di questi fantasmi».
Immagino che da qualche parte, in casa, avrai i libri che hai scritto. Se ti volti a guardarli, quali sensazioni ti suscitano?
«La faccio breve, in effetti: la sensazione è la stessa per tutti: quella di essere qualcosa di autonomo, che ha vita propria. Cadrò nella retorica ok, ma è come mi augurerei che ogni mamma arrivasse a dire: “Ecco i miei figlioli, sono quelli che sono non quello che volevo fossero, ho fatto del mio meglio e ora loro sono autonomi, non mi appartengono”. Lunga, corta, bella o brutta che sia, hanno la loro storia che a loro appartiene e io li accetto incondizionatamente per quello che sono… Insomma sentirsi fiera di questi propri figlioli, indipendentemente da come sia la loro vita, dove arrivino, se avranno successo, se piaceranno, eccetera eccetera. La storia di ognuno ovviamente è diversa e porta con sé tante cose, momenti ben precisi e sensazioni e situazioni diverse della mia vita, ma in generale la sensazione che mi suscitano dopo averli pubblicati è questa».
Quali sono gli scrittori italiani d’oggi che leggi con maggior piacere?
«Devo dire che ultimamente non ho trovato libri di scrittori italiani che mi abbiano particolarmente colpito, forse è questione di mie aspettative, di cercare qualcosa di nuovo che mi sorprenda. Ecco, diciamo che ultimamente non riesco ad essere molto sorpresa da quello che leggo. Quasi tutto ben scritto, grazie forse anche al sempre maggiore impegno e impiego degli editor nelle varie case editrici, ma sinceramente niente di particolare. Una volta restavo sorpresa dai Tondelli o dai Piersanti o dai De Carlo, Rossana Campo e, più recentemente, Ammaniti. Ecco, diciamo che in questo momento non trovo niente che mi sorprenda tanto quanto allora. A pensarci – e con ulteriore dispiacere – soprattutto da parte di scrittrici».
Con i tuoi lettori che rapporto hai?
«Nel possibile cerco sempre di rispondere ai lettori che mi contattano. Spesso mi arrivano testi da leggere e quando posso li leggo e rispondo. Con alcuni dei miei lettori ho instaurato nel tempo anche delle belle e durature amicizie, di questo sono molto contenta. Non faccio molte presentazioni o incontri, comunque in queste occasioni tendo sempre a leggere qualcosa di mio, magari poesia o racconti non editi, oppure presentare anche altre forme che utilizzo, come ad esempio le opere che realizzo unendo il disegno alla poesia. Questo perché penso sia anche più soddisfacente per un lettore andare a conoscere sotto varie sfaccettature e in modo più approfondito un autore che apprezza».

 

scritto da Simone Gambacorta

 
< Prec.   Pros. >
.

Libri

La Promessa
La Promessa
Una storia di fede e d’amore di fine ’700
di Giorgia Coppari








Leggi tutto...
 















© 2008 Il Faro Verde
www.massimovolponi.it