mercoledý 16 ottobre 2019
 
 
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CORREGGIO: LA LUCE E L'OMBRA

CORREGGIO: LA LUCE E L'OMBRA

Gioioso, sensuale, mistico. Il pittore della luce torna a misurarsi, dopo cinque secoli, con l’infinito. E, in quattro sedi, la capitale dei Farnese eleva in gloria un altro suo genio del Rinascimento. Al di sopra delle polemiche su un presunto falso...

61880.jpgSotto il velame del Duomo attelato, saliti gli scalini che conducono a tu per tu con la cupola, dietro l'ultima spirale, ecco la rivelazione: stabat Nuda Veritas. La Verità, lì da sempre, già svelata. Dai colori, dalla luce e dal virtuosismo compositivo di Antonio Allegri detto il Correggio (Correggio, Reggio Emilia, 1489-1534), complici le luminescenze escogitate da Vittorio Storaro.
Se Parmigianino è il pittore della grazia, Correggio lo è della luce. Una luce che parte da Leonardo e ci porta a Carracci e a Caravaggio. Ma mentre per il lombardo è rivelazione del portento, della chiamata divina, e lascia in ombra brutture e miserie umane, per l’emiliano avvolge e accarezza la sensualità delle tizianesche forme (Venere e Cupido addormentati, Educazione di Cupido) oppure narra il mistero assoluto della maternità (La Madonna adorante il bambino degli Uffizi). Solo nell'Adorazione dei pastori il bagliore accecante che promana dal Bambino rivela una deità, un monstrum non tollerabile all'occhio umano: la pastorella nell'angolo non comprende e strabuzza gli occhi, infastidita o incredula. Ma è l'eccezione, non la regola. Tutto questo e altro ancora offre la mostra di Parma. Un evento che fa parlare di sé, senza bisogno di sensazionalismi e polemiche su veri o presunti falsi (lo ha fatto Sgarbi il giorno dell’inaugurazione, ma senza dire a quale quadro si stesse riferendo, né chi fosse l’autore: la solita boutade pubblicitaria?). Basta guardare le opere. Basta lasciarsi trasportare.
Non c'è molto realismo, nel Correggio. Non è un pittore della realtà. E non è un pittore barocco. Manca quasi del tutto l'ostentazione, il dramma, la quinta teatrale. Anche laddove il tema lo consentirebbe (Martirio di Placido, Flavia, Eutichio e Vittorino), lo spruzzo di sangue dei decollati resta nell'angolo in basso a destra, vinto dalla serena accettazione dei santi, trasfigurati in Cristo, al centro della scena. Tutto è ascesi, ordine, pace. Con una sola eccezione: lo stravolgente Compianto sul Cristo morto della Galleria Nazionale di Parma, pregno di un dolore inaudito che affiora, più che dai volti di Maria e della Maddalena, dalle palpebre semisocchiuse del Redentore. Tutto però è, anche, pura gioia e sensualità, come nel celeberrimo Giove ed Io o nel Ganimede: quella maliziosa lingua del volatile che lambisce il polso del fanciullo è il grazioso lepos, sebbene in chiave omosessuale, di Catullo. Ma senza i suoi aspri tormenti.
Le opere esposte, per la magistrale curatela di Lucia Fornari Schianchi, consentono di riconoscere il debito che Allegri contrasse con gli artisti a lui coevi: si è detto della luce, si aggiungano gli sfumati raffaelleschi, gli audaci scorci prospettici del Mantegna, la sensazionale tavolozza veneta, quest’ultima apprezzabile, in mostra, dai confronti col Pordenone, con Cima da Conegliano e con l’ambiente ferrarese del Garofalo e di Dosso Dossi. Con Stendhal si ripete entusiasti che Correggio “coi colori ha saputo rendere determinati sentimenti che nessuna poesia può esprimere”.

 

 
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