domenica 25 agosto 2019
 
 
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PREMIO ARTEMISIA 2008

PREMIO ARTEMISIA 2008
rassegna nazionale di pittura figurativa contemporanea

mostra omaggio a
OMAR GALLIANI

 

artemisia.jpgInaugura sabato 8 novembre 2008 alle ore 17.00 negli spazi della Mole Vanvitelliana di Ancona la mostra allestita con le opere degli artisti vincitori e di quelli finalisti della terza edizione del Premio Artemisia, dopo la premiazioni degli artisti vincitore che si terrà in mattinata alle ore 11.00 presso la Sal del Consiglio del Comune di Ancona alla presenza delle autorità.

Il Premio istituito con lo scopo di finalizzare la ricerca critico - storiografica e la promozione della pittura figurativa contemporanea in Italia è anche volto a individuare, in uno specifico linguaggio, tra le tante e forse troppo numerose “nuove” forme stilistiche dell’arte, quegli artisti o quei giovani con spiccate qualità tecniche e poetiche nel campo della pratica della pittura ed offrire l’occasione di presentarsi in una rassegna di risonanza nazionale.

La Commissione Giudicatrice del Premio Artemisia 2008, nel rispetto delle indicazioni tecnico-scientifiche previste dal Bando di Concorso, a conclusione del lavoro di selezione di tutti gli artisti partecipanti, ha individuato gli artisti finalisti per la Sezione A e quelli per la Sezione B. Tra questi, la Commissione, ha individuato l’artista vincitore del Premio Artemisia 2008 e l’artista vincitore del Premio Artemisia Giovani e gli altri artisti vincitori dei rispettivi Premi Speciali.
Per la qualità del lavoro, la ricerca e l’interpretazione della figurazione, la Commissione Giudicatrice ha ritenuto opportuno assegnare il Premio Artemisia 2008 ex aequo a Liliana Cecchin di San Benigno C.se (To) e Giuliano Tamburini di Pesaro; è risultato vincitore del Premio Giovani Vincenzo Todaro di Sciacca (Ag).
A fronte della partecipazione al Premio di un certo numero di artisti di riconosciuto spessore ed elevata e dichiarata professionalità, anche protagonisti delle vicende storiche dell’arte contemporanea, la Commissione Giudicatrice ha assegnato la Targa d’Oro – Premio Speciale della Giuria ex aequo ad Andrea Granchi e Carlo Bertocci.
Gli altri Premi Speciali sono stati assegnati a: Giorgia Beltrami, Rubiera (Re); Stefano Bolcato, Roma; Mădălin Ciucă, Macerata; Sandro Giordano, Cavenago di Brianza (Mi); Federica Gonnelli, Capalle Campi B. (Fi); Andrea La Rocca, Urbino; Martina Scarpelli, Falconara M.ma (An).

L’annuale edizione del Premio, si arricchisce quest’anno di una mostra omaggio ad uno tra i più grandi e celebrati artisti italiani, Omar Galliani, che torna ad esporre ad Ancona dopo circa un decennio.
L’artista, titolare della cattedra di Pittura all'Accademia di Belle Arti di Carrara, ha tenuto mostre in importanti spazi pubblici e gallerie private, in Italia e all'estero. Tra le tante presenze, vanno almeno citate quelle alla Biennale di Venezia nel 1982, 1984 e 1986.
Recentemente dopo Torino, Milano e Verona ha partecipato con l’opera il Grande Disegno Italiano ad una mostra itinerante in Cina e poi agli eventi collaterali della LII Biennale di Venezia, con la mostra "Tra Oriente e Occidente. Omar Galliani e il Grande Disegno Italiano in Cina". Nel febbraio 2008 il trittico Notturno è acquisito dalla Galleria degli Uffizi di Firenze ed esposto insieme ad altri due disegni.

La riaffermazione dell’arte figurativa
nella contemporaneità

di Stefano Tonti

L’eredità culturale ricevuta dal Novecento ha messo l’arte nella condizione di rappresentare attraverso l’arte la contemporaneità che viviamo per mezzo di “innumerevoli” possibili formule espressive, sia stilistiche che tecniche e, in ordine a queste, oltreché aver prodotto posizioni e riflessioni critiche ed estetiche, ha anche innegabilmente ingenerato un dibattito, almeno al momento, difficilmente e, forse, non necessariamente risolvibile e, per certi versi, ha creato un qualche sconcerto così come un comprensibile disorientamento.
Sconcerto e disorientamento spesso riferibili ad un pubblico di fruitori, o di più o meno attenti ed interessati osservatori alle vicende dell’arte, a volte senza strumenti idonei per affrontarne una lettura consapevole. Ciò, se da un lato ha anche contribuito, soprattutto negli ultimi tempi, a stimolare un sempre maggiore interesse alla frequenza di mostre e musei d’arte contemporanea e ad innescare curiosità anche da neofiti, dall’altro non ha avuto capacità di risolvere del tutto efficacemente il senso di quella più completa riconoscibilità
dell’uomo in tutte queste formule rappresentative.
L’arte figurativa, d’altra parte, anche nel più recente passato, è stata protagonista nel palcoscenico della storia forse ancor più significativamente di quanto possa sembrare; storicamente, proprio la ripresa della figurazione è stata il veicolo che ha traghettato il pure intellettualmente fecondo e significativo periodo dell’arte concettuale degli anni Settanta (rivolta esclusivamente ad una riflessione sull’essenza stessa dell’arte) fuori dalle “sabbie mobili” di un percorso senza ritorno che, contestualmente, faceva affermare a Giulio Carlo Argan il rischio di una paventata “morte dell’arte”.
Gli artisti della Transavanguardia prima e quelli della dichiarata tendenza neofigurativa a inizio anni Ottanta (inquadrabile nel nuovo filone artistico del “post – moderno”) poi, sono stati i cardini del rinnovamento artistico di fine secolo, coloro che hanno posto le basi dalle quali parte anche l’esperienza e la proposta progettuale in ambito artistico che viviamo ai nostri giorni.
Da un lato la Transavanguardia, con la ripresa di una figurazione meditata sulle esperienze delle avanguardie storiche del ‘900 fatta anche di modalità e materiali tradizionali naturali e di intensa fisicità (legno, ferro, terra). Sono elementi metaforici riferibili ai concetti di eternità e immutabilità delle forze che animano
l’uomo e la sua vicenda (anche nella manipolazione della forma), come espressione instabile dell’interiorità e della condizione esistenziale dell’umanità per una figurazione, realizzata con un linguaggio forte ed intenso dal segno graffiante o infantile, dal colore vivido, dall’impronta vagamente surrealista.
Dall’altro lato la serie di movimenti diversamente etichettati: (Anacronisti (teorizzati da Maurizio Calvesi), Pittori Colti (Italo Mussa), o del Magico primario (Flavio Caroli), gli Ipermanieristi (Italo Tomassoni), i Nuovi nuovi (Renato Barilli), i Citazionisti. Caratterizzati dall’abbandono del concetto di avanguardia, si pongono in
un atteggiamento estetico di ritorno alla pittura, nella ricerca di una nuova figurazione, con il desiderio di un rinnovato interesse ed utilizzo del colore, della tela e degli strumenti più tradizionali del dipingere, secondo una riconsiderazione della propria storia che si vuole rivisitare, interrogare e far rivivere anche attraverso la citazione. Questi artisti più di qualsiasi altro si sono riappropriati dei temi, dei modi e degli strumenti
e della tradizione dell’arte occidentale, ripercorrendo la storia della pittura secondo un’intenzione manierista e neoclassicista con la capacità di superare la ripresa dei linguaggi pittorici figurativi caratteristici anche della Transavanguardia, con una più profonda ed interiore dimensione “accademica”. Come gli Anacronisti che richiamano il retaggio culturale neo - umanistico tipicamente italiano, riformulando pittoricamente
un soggetto e contaminandolo liberamente con iconografie “classiche”.
Pertanto gli strumenti e le poetiche che attraverso i mezzi e i generi rappresentativi (non più solo limitati a quelli storici seppure ancora oggi non desueti della natura morta, del paesaggio e della figura) attualmente concorrono a formulare il caleidoscopico ventaglio di possibilità espressive in campo artistico, non sono
quindi mai risultati orfani né della figurazione, né della stessa pratica della pittura.
Una pratica che oggi può essere filtrata e direi, ancor meglio, arricchita dalle nuove sensibilità tecniche sperimentate e dall’allargamento della considerazione dei materiali in uso agli artisti. Al materiale inteso come strumento tradizionalmente idoneo e disciplinato al corretto uso della tecnica per la composizione dell’opera, si è andato integrando il materiale concepito come strumento pittorico autonomo e veicolo spesso della conversione formale anche figurativa del soggetto sulla tela.
L’eredità della pittura e della figurazione non sembra allora così persa o ineffabilmente lontana dal bagaglio storico - critico e culturale e di esperienze estetiche dell’intero Novecento, fatto delle verità sconvolgenti di Duchamp come dei modi del dripping pittorico o dell’informale, delle scomposizioni visive dei cubisti e di Picasso, come delle icone oggettuali consumistiche moltiplicate della pop – art, delle forme dei surrealisti come di alcune formule comportamentiste o di riflessione storico “neo - classica” anche di certa arte concettuale.
Piuttosto, dopo il passaggio di un secolo come il Novecento (anche a fronte delle rivoluzionarie prerogative scientifiche e tecnologiche, mai come in questo modo ad appannaggio di altre epoche), che ha messo in discussione la sopravvivenza, la sua dignità e attualità, il suo stesso valore estetico, l’eredità pittorico – figurativa della storia dell’arte, oggi ha la grande possibilità e il doveroso compito di ritrovare, la capacità di ricostituirsi a pieno titolo ed in forma universalmente ed esclusivamente riconoscibile, come elemento portante dell’arte e non solo come fatto appartenente alla tradizione della rappresentazione artistica delle epoche del passato, in qualità di elemento autonomo di proposizione di un neo - modello estetico.
L’arte figurativa, che poggia le fondamenta sulla base del valore della tradizione e sull’etica del modello formativo di derivazione accademica della pratica della pittura, nella ricerca anche del superamento di quella sua stessa tradizione e di quel proprio modello disciplinare, può fornire gli strumenti idonei per il recupero di una pratica e di una poetica universalmente condivisi e condivisibili nella contemporaneità.
E se, come in tutte le attività dell’uomo, anche nell’ambito delle arti visive, gli artisti condividono, nella loro contemporaneità, le esperienze del proprio tempo, allora si deve riflettere come oggi, la nostra contemporaneità, parla quasi esclusivamente il linguaggio delle immagini seppure con le grammatiche più disparate: dai media elettronici o informatici, alla chirurgia plastica, all’economia dell’industria della moda, alle contaminazioni ed ai meticciamenti dei modelli visivi; un presente storico che come si presenta in
ambito sociale e culturale con i pseudo - contenuti o con i disvalori etici più avvilenti dell’effimero e dell’apparenza a cui la maggior parte delle immagini quotidiane fanno costante ed imbarazzante riferimento.
E’ proprio in questa condizione paradossalmente “ideale” che l’interpretazione figurativa nell’arte contemporanea può porsi quale valore morale e perfino educativo nei confronti del sociale, in ordine alla riconquista di un ruolo che le riconosca la giusta considerazione secondo una dignità ed anche una
responsabilità qualificante dello spirito di grande spessore filosofico ed etico nel confronto con le immagini concrete che concorrono all’iconografia della nostra quotidiana percezione visiva.
Si tratta pertanto di una vera e propria riaffermazione categorica e senza mezzi termini dell’arte figurativa e della pittura, non tanto intese come esperienza di maniera, né relativamente al rispetto pedissequo e senza innovazione della tradizione e neppure nel senso della “maniera di qualcuno”, maestro o critico che sia che ne vorrebbe la sua categorizzazione in certi ed esclusivi termini.
Piuttosto, per dirla con Stefano Zecchi, è giunto ormai il tempo in cui si deve superare “… l’omologazione del pensiero, che annulla le differenze e rende vano o ingenuo il confronto … [secondo un] … nichilismo moderno, spogliato di ogni tensione tragica, vissuto come un’abitudine quotidiana che accetta con
serena indifferenza l’assenza di fondamento del valore…” come storicamente ed esteticamente concepito nella società occidentale, che ha infine indotto quello scollamento (fatto di sconcerto e di disorientamento,
a volte deliberatamente ricercato dagli artisti), di cui si diceva, tra artista e pubblico.
L’arte figurativa, soprattutto nella sua accezione di recupero del concetto del bello, forte anche dell’esperienza “negativa” della storia dell’arte del recente passato, oggi può diventare lo strumento di quell’artista armato a cui si riferisce Zecchi per la riconquista di una posizione privilegiata nella  rappresentazione della natura e del mondo nella contemporaneità.
Pertanto se, l’organizzazione e la realizzazione di un Premio di pittura figurativa contemporanea, anche se a carattere nazionale, non è certo una novità e nemmeno deve poter essere la sola testimonianza di un presunto spaccato dell’operatività artistica nel panorama delle arti visive del contestuale momento storico, questa manifestazione, non ha la presunzione, né la volontà di volerlo essere.
Però, come recita il sottotitolo, può costituirsi come una rassegna o, meglio ancora, come la presentazione di un ventaglio di ipotesi di elaborazioni pittoriche in ambito figurativo tali da verificare una certa riconoscibilità e condivisione di elementi rappresentativi ed interpretativi della lettura poetica del mondo comprensibili all’interno della nostra contemporaneità.
Il Premio Artemisia, che vuole riconoscersi ed accodarsi, allo stesso tempo rivalutandola, a quella tradizione importante della cultura artistica italiana che passa anche per l’organizzazione dei maggiori Premi e Rassegne di pittura che hanno contribuito a lasciare una traccia significativa ed una valida
testimonianza proprio nella storia dell’arte del Novecento, ha così la possibilità di riaffermare il tentativo di una onesta analisi storiografica legata alla tradizione della pittura e della figurazione che, al di là ed al di fuori delle “mode” o delle cosiddette tendenze, può effettivamente concorrere a portare un contributo a quel dibattito storico - estetico in corso, se non proprio a chiarire ad ognuno di noi il senso della propria
riconoscibile contemporaneità.
A questo proposito vanno a giustificarsi alcune condizioni progettuali come quelle della scelta delle personalità della Commissione Giudicatrice che, contestualmente, si è costituita come Comitato Scientifico della manifestazione. La linea seguita dal Comitato organizzatore è stata quella di confrontarsi con
le istituzioni a livello universitario di competenza teorico e pratica in ambito artistico, cercando di bilanciare una doverosa presenza territoriale con l’esigenza di allargare la scelta dei membri anche a carattere nazionale; così come è stato doveroso prevedere presenze di storici e critici d’arte anche affiancate da artisti.
Fino alla scelta di una mostra omaggio a Omar Galliani, l’opera del quale, dopo l’esordio come uno degli esponenti degli Anacronisti, oggi rappresenta una delle maggiori valenze dell’arte figurativa di livello internazionale. E’ la testimonianza di un riconoscimento per niente formale, ma del tutto ponderato
e giustificato nei confronti di una palese attualità della sua opera. Ciò,non tanto per la “facilità” della grammatica visiva di accesso alla lettura della sua arte, quanto invece per un dichiarato recupero dei valori estetici fondanti della bellezza.
La bellezza viene così a confermarsi come uno dei cardini della tensione propositiva della civiltà occidentale e, seppure la proietta nel confrontarsi così come nello scontrarsi su un ideale di umanità da realizzare, il suo modello interpretativo può essere comunque inteso come accezione univoca che, seppure non appartiene al complesso delle civiltà del mondo, invero appartiene ad un’universalità  condivisibile a tutte le latitudini. In questi termini deve intendersi la grande pittura figurativa realizzata nella dichiarata interpretazione del disegno che ne fa Omar Galliani, sull’appartenenza alla tradizione del quale vorrei rimandare all’illuminante saggio che Marzia Faietti, su richiesta dell’artista, ha voluto concedere di pubblicare in questo catalogo.
E quella certa consanguineità nella visione, della quale parla Marzia Faietti in relazione al suo rapporto con l’opera di Galliani, è la stessa di tutti quei significativi artisti, anche protagonisti a vario titolo delle vicende storiche dell’arte italiana degli ultimi decenni, che hanno registrato la loro presenza all’interno del Premio, autori di riconosciuto valore alcuni anche docenti nelle Accademie di Belle Arti o negli Istituti d’Arte italiani, che hanno in questo modo testimoniato, con la loro partecipazione, un indubbio riconoscimento di merito al Premio Artemisia: senza rischiare di dimenticare qualcuno, ed in rappresentanza di tutti
questi, tengo a citare almeno coloro che sono poi risultati i vincitori del “Premio della Critica”: Carlo Bertocci ed Andrea Granchi.
Proprio in virtù di queste considerazioni viene allora da chiedersi effettivamente se l’arte sia sempre in vantaggio sui tempi e se quel parziale scollamento tra la produzione più alta dell’artista contemporaneo e la comprensione o la corretta fruizione artistica del pubblico, che a volte si verifica, sia sempre un indice della valenza culturale e dell’attualità storica del valore dell’opera.
Il sospetto è che, invece, quello scollamento non sia piuttosto un limite dato dall’incapacità dell’artista
a scrollarsi di dosso una condizione maldestramente condivisa quella dell’appiattimento dei valori che oggi ha portato ad una omologazione del pensiero estetico anche condizionata, come non mai negli stessi termini nel passato, da quello che viene chiamato il sistema dell’arte fatto soprattutto di interessi economici che si appropriano anche delle più oneste o disincantate teorizzazioni estetiche, perfino delle più banali e
discutibili.
A conclusione di queste note, è doveroso parlare degli esiti della manifestazione, a commento di un giudizio ufficiale delle scelte operate che, comunque, dovrà essere necessariamente integrato con il concorso di chi avrà modo di affrontare l’analisi di questa iniziativa attraverso la visita della mostra e lo studio del catalogo. Alcuni punti, però, si possono affrontare immediatamente.
Oltre ogni possibile incertezza si può affermare che si è lavorato nell’intento primario di voler corrispondere alle prerogative ed alle motivazioni per le quali il Premio Artemisia si è istituito, in particolare rispetto ad alcuni temi principali: quello relativo ad uno stimolo della ricerca critico – storiografica nell’ambito della pittura figurativa contemporanea, per il quale la manifestazione si è offerta come strumento e come uno dei
possibili veicoli; in secondo luogo, per l’intento di sviluppare questa ricerca nell’analisi e nella valorizzazione di tutte le possibili variabili del linguaggio figurativo contemporaneo; ed, infine, secondo il tentativo, il più possibile onesto e corretto nello specifico dell’argomento e nel rispetto delle capacità e
delle qualità di ognuno, di rilevare, all’interno del linguaggio figurativo contemporaneo quegli artisti già affermati o quelli ancora meno conosciuti e quei giovani che avessero dimostrato spiccate qualità tecniche e poetiche nel campo della pratica della pittura contribuendo ad evidenziarne l’opera o rivalutarne il lavoro, l’impegno, la loro professionalità ed il loro valore di autori.
La selezione delle opere e quindi degli artisti, secondo i numeri e le direttive previste dal Bando di concorso, seppure si è rivelato un compito piuttosto impegnativo, in alcuni casi si è dimostrato anche ingrato per la decisione, pressoché a parità di giudizio, di mantenere qualcuno per escludere altri.
E se, in qualche caso, la presenza di opere dichiaratamente dilettantistiche non ammetteva repliche, il tenore di un cospicuo numero di opere presentate denotava notevole spessore e grande qualità tecnica, nel disegno come nella pittura, o per l’approccio interessante alle varie possibilità sperimentative che attualmente
possono essere considerate “addomesticabili” all’uso della pratica delle arti visive. Così come si è riscontrata la presenza di una buona valenza dei contenuti come dei temi trattati, con un’interpretazione mai banale e scontata anche dei generi della pittura figurativa, dalla figura, al paesaggio alla natura morta, anzi, con pregevolissime “reinvenzioni” sia tecniche che espressive a testimonianza dell’aderenza formale stilistica
ed estetica, fin quando poetica, con l’attualità dei nostri tempi, spesso espressa in una quanto più vissuta e, a volte, intima contemporaneità.
La linea seguita in ordine ai lavori della Commissione è stata esclusivamente quella del giudizio di valore sulle opere (almeno limitatamente a quelle che sono state inviate) secondo le sfaccettature interpretative ed i vari punti di vista sulla pittura figurativa contemporanea che i membri della Commissione, eterogenei per formazione, competenze e territorialità, potevano esprimere in questo senso; tutto ciò a garanzia della
maggiore possibile correttezza di giudizio.
Un discorso a parte meritano i più giovani, per i quali si rimanda al testo di Silvia Bartolini delle pagine seguenti. In conclusione credo di poter ribadire un concetto espresso nelle precedenti edizioni del Premio che corrisponde all’idea che questa iniziativa possa anche venirsi a costituirsi in funzione pedagogica per tutti i partecipanti, intesa come occasione per un confronto rispetto al quale ognuno si è messo in gioco,
al di là dell’esito finale che non può e non deve essere interpretato come una “sentenza” o una “valutazione” assoluta e definitiva per nessuno, nemmeno per gli stessi artisti vincitori o premiati.
Un confronto aperto, realizzato al di fuori dei veicoli praticati dal mercato dell’arte come un’esperienza educativa oltreché per i partecipanti o per il pubblico che usufruirà della manifestazione, anche per le istituzioni pubbliche e private che a vario titolo si sono affacciate all’esperienza del Premio, fino agli stessi membri della Commissione che hanno avuto modo, anch’essi, di confrontarsi attraverso l’analisi delle opere
con le proprie “convinzioni” di storici o di artisti.
 

 
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/ANNO / 2009
AUTORE / Gabriele Lucci
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