martedý 17 settembre 2019
 
 
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Delaine Le Bas

Delaine Le Bas
Torino, Sonia Rosso

Sull’eco delle fiabe, in un’atmosfera dalla luce rosa. Bambole di stoffa, merletti e maschere zoomorfe raccontano di un paradiso ritrovato. Un luogo neutro e puro in cui prende forma il nuovo teatro dell’artista di origine rom...

14 gennaio 2009 fino al 7.II.2009

 

 

 

 

Presenza di Paradise Lost, il primo Rom Pavillon ad aver proposto durante la 52esima Biennale di Venezia una selezione internazionale di artisti contemporanei rom, Delaine Le Bas (Worthing, 1965) è comunemente considerata un’artista outsider. E forse lo è esclusivamente per via delle proprie origini gitane, perché il suo lavoro non vuole esser solo una dichiarazione di appartenenza a una precisa cultura e tradizione, ma soprattutto la presa di coscienza del sentimento che inevitabilmente la lega alla contemporaneità.
Nelle sue ambientazioni, cariche di dettagli visivi tra la mitologia e la favola e figure che indossano maschere di animali apparentemente sodomizzanti, l’artista riversa senza filtri e con poesia le esperienze della sua vita. Con risvolti prosaici e a tratti canzonatori, la sua è indubbiamente una vita nomade, un’esistenza che però contempla la marginalità e la diaspora come parti caratterizzanti non solo di un gruppo o di una comunità, ma di tutta la condizione umana.
Parlare del mondo rom, infatti, significa spesso associarlo a stereotipi e pregiudizi che connotano i suoi protagonisti secondo epiteti che vanno dalla precarietà alla mendicità, dalla birbanteria sino alla carnalità. Eppure l’immaginario gitano è da sempre presente in letteratura e nel cinema, basti pensare ai personaggi di Victor Hugo in Notre Dame de Paris o ne Il tempo dei gitani di Emir Kusturica che, tra l’altro, ha contribuito ad attenuare la stantia immagine dei gipsy, se non addirittura a ribaltarla, e cioè quando, negli anni ‘70, i movimenti hippy se ne ispirarono, oltre che per il look, per promuovere il loro forte desiderio di non integrazione. 
 
 
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