martedý 17 settembre 2019
 
 
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La poetica della durata
Giorgio Cutini - La poetica della durata

San Benedetto Del Tronto (AP) - dal 28 febbraio al 18 marzo 2009
Giorgio Cutini - La poetica della durata
PALAZZINA AZZURRA Viale Bruno Buozzi 14 (63039)
+39 0735581139 , +39 0735581139 (fax)
Saranno in mostra circa 60 opere, divise in 7 serie. Nato a Perugia, Cutini è un chirurgo con la passione della fotografia, e dal 1974 vive ad Ancona.
orario: dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19
(possono variare, verificare sempre via telefono)
biglietti: ingresso libero
vernissage: 28 febbraio 2009. ore 18
autori: Giorgio Cutini
note: organizzata dall'assessorato alla Cultura
genere: fotografia, personale
email: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

Verrà inaugurata sabato 28 febbraio alle ore 18 alla Palazzina Azzurra di San Benedetto la personale fotografica di Giorgio Cutini "La poetica della durata".
La mostra, organizzata dall'assessorato alla Cultura, resterà aperta fino a mercoledì 18 marzo, sempre con ingresso gratuito.
Saranno in mostra circa 60 opere, divise in 7 serie. Nato a Perugia, Cutini è un chirurgo con la passione della fotografia, e dal 1974 vive ad Ancona.
Fondamentale per la sua formazione sono stati gli incontri con Ugo Mulas e Mario Giacomelli. Cutini si è anche dedicato alla fotografia scientifica nell'ambito della sua attività chirurgica. Numerosi articoli sono stati dedicati al suo lavoro, su riviste nazionali specializzate, anche a firma di figure come Umberto Piersanti e Francesco Scarabicchi.

TESTO CRITICO DI ARMANDO GINESI

Da catalogo presente in mostra
Non so quante volte io abbia scritto e detto che non sono un critico della fotografia, per cui la mia ermeneutica delle immagini ottenute con l’obbiettivo non può basarsi sull’analisi delle tecniche linguistiche specifiche. Io applico quelle generali che sono proprie dell’interpretazione di qualsiasi linguaggio iconico che voglia farsi espressione creativa.
Il modo in cui Giorgio Cutini si accosta al reale è di natura empatica. Il che vuol dire che egli guarda il mondo con la volontà di proiettarvi le proprie emozioni fino al punto di identificarsi con esso. Questa affezione (empàtheia in greco) verso gli oggetti, i paesaggi, le persone, si fenomenizza attraverso la capacità ch’egli possiede di appropriarsi del movimento per farlo diventare immagine, riflesso di una cosa reale trasformata nella realtà dell’icona. Il movimento inteso in senso bergsoniano, l’ élan vital che è energia motrice e vivificatrice dell’universo; che è intuizione, fulcro di una metafisica che supera la materialità senza negarla; che è durata concepita come dato immerso nel flusso inarrestabile dell’esistenza.
Io credo che Cutini, più o meno consapevolmente, sia stato sollecitato da certi esiti fotografici di Anton Giulio Bragaglia che lo hanno sollecitato verso l’andare a “vedere” con l’obbiettivo non i vari stati a cui l’oggetto perviene grazie al movimento – che sono stati di sosta – ma piuttosto gli interstizi, ovvero gli intervalli di tempo che si susseguono lungo il suo fluire spazio-temporale. In una area che si richiama alla liminalità, come la intende l’antropologia culturale allorché si occupa dei riti iniziatici, ovverosia una dimensione tra la strutturazione e la destrutturazione, tra la separazione e la riaggregazione, laddove non-si-è-più e non-si-è-ancora, dunque in un regno delle possibilità pure, paragonabile a quella tela bianca di cui parlava Wassili Kandinskij la quale, abbagliante di attesa, è lì per far risvegliare, dall’apparente vuoto, qualcuna delle infinite latenze che possiede.
La maggior parte della produzione fotografica di Cutini sta a comprovare quel che abbiamo detto sopra. Ogni volta l’oggetto è colto nel suo divenire eracliteo e tende alla smaterializzazione non per annullarsi ma per trasformarsi in “ombra” (come ha acutamente notato Enzo Carli, lui sì critico fotografico) e farsi, più che immagine, ricordo dell’immagine.
Il riferimento al ricordo fa entrare in scena un altro protagonista di sapore bergsoniano (ma prima ancora platonico), la memoria, che è una dinamica del pensiero rivolta all’indietro ma indispensabile per procedere in avanti: come una specie di alimentazione, di rifornimento energetico che dà senso al cammino in direzione del futuro.
Giorgio Cutini ha fatto parte, con Mario Giacomelli ed altri, di un movimento definito Passaggio di frontiera, nel cui Manifesto – redatto nel 1995 – è scritto tra l’altro: “Perseguiamo la conoscenza attraverso l’educazione all’originalità, alla comunicazione, alla comprensione”. Parole che ricordano il pensiero di un filosofo, teologo e antropologo che mi è particolarmente caro, Rudolf Otto, il quale, riferendosi alla conoscenza nel Gefühl (sentimento), diceva di concepirla come un sentimento che non costringe dentro il cerchio soggettivistico, ma compie il passaggio all’oggetto in forma spontanea e dunque diventa conoscenza attraverso la poesia.
Ho detto di Cutini e del movimento. C’è un momento in cui il fotografo perugino (marchigiano di adozione), è come se avesse deciso di fermarlo, di “catturarlo” (come ha scritto Carli in un testo del 2002), questo movimento. In pittura tentò di farlo magistralmente, tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, Luca Signorelli; si vedano, in particolare, due sue opere, La flagellazione e La conversione di San Paolo a Loreto. Come Signorelli anche Cutini, attraverso l’intrappolare il moto, è come se cogliesse e leggesse i segni delle cose.
Per restare in argomento è ancora Enzo Carli che ci illumina con il titolo di un paragrafo del testo già citato. Un titolo che recita così: “Il fotografo che nomina le cose”. In sostanza Cutini è come se volesse dire che bisogna fermare provvisoriamente il divenire delle cose per riconoscerle come tali e deciderne la denominazione. Si tratta di un atteggiamento di natura segnica dietro il quale mi sembra di ritrovare una certa lezione di Giacomelli, maestro indiscusso (soprattutto nei suoi esordi pittorici di tipo segnico-gestuale e informale-materico) anche del segno autosignificante.
Ma l’arresto del divenire – più pensato che realizzato – è nella fotografia di Cutini un momento breve e transeunte. Lo spirito dell’artista fotografo si rituffa in breve tempo nel flusso vivente della materia e delle immagini a cui si aggiunge un altro elemento dinamico ed immateriale qual è la luce. Anch’essa è in perenne movimento: si posa sulle cose, a volte le accarezza, a volte sembra volerle aggredire, oppure scappa via con esse a velocità sostenuta. In quest’ultimo caso lascia scie, ovvero segni di grande evidenza ancorché impalpabili e senza peso.
Come non richiamarsi, a questo punto, al titolo di un libro che sempre Carli ha dedicato a Cutini e cioè La vertigine del movimento ? Infatti il divenire, il cavalcare la luce, il farsi guidare da essa per via del suo fascino ammaliatore, l’entrar dentro lo spazio destrutturato dove tutto ruota in attesa di trasformarsi in cose, dove regnano le ombre dinamiche e inquiete, dove lo spirito sovrasta la materia, dove ruota un vortice che avvince, seduce e attrae, dove c’è la vertigine che ti cattura. Ma non per trascinarti verso il basso, al contrario, per innalzarti verso altezze vertiginose dove la realtà si fa sublime, la fisica si trasforma in metafisica, la conoscenza diventa sentimento puro. E dove il fascinans e il tremendum convivono (anzi si identificano) in una dimensione altra che ha il sapore della perdita del peso della materialità, dove si può lambire la condizione dell’angelicità. Nella dimensione “vertiginosa” dell’arte, della poesia, che le foto di Giorgio Cutini hanno saputo magicamente raggiungere.
 
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