lunedý 24 giugno 2019
 
 
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Bbtween
Senigallia (AN) - dal 4 al 19 aprile 2009
Nico Macina - Bbtween

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GHERARDI30
Il lavoro di Nico Macina si dispone nell’ordine della perdita ed in quello dell’acquisizione, le sue foto si situano in una sorta di limen tra de?nito e indistinto.
vernissage: 4 aprile 2009. ore 18.30
note: Introduzione di Maurizio Cesarini

LA DISTINZIONE DELL’INDISTINTO Il lavoro di Nico Macina si dispone nell’ordine della perdita ed in quello dell’acquisizione, le sue foto si situano in una sorta di limen tra de?nito e indistinto. Il ritratto, ambiguamente si pone come pretesto immaginale poiché la ?gura persa in una sfocatura che vela signi?cativamente i connotati ?sionomici, viene contrapposta ad un fondo perfettamente delineato da una ossessiva,quanto algida descrittività. Il modus operandi di Macina è ancora più sottile, poiché si concretizza in un ulteriore intervento che riconduce l’operazione intrapresa ad un livello che riguarda più decisamente l’epidermide fotogra?ca. Il testo ?gurale è quindi dissezionato in una sorta di autopsia visiva e concettuale,quasi che l’artista sovrapponga varie categorie del vedere sino alla conformazione di una immagine compiuta, seppur apparentemente incongrua. Il ritratto, si diceva, è il pretesto ed il testo da cui parte Macina, evidenziato e scaldato emotivamente dall’assunzione di modelli che peraltro hanno rapporti di amicizia con l’autore. In questa “messa in posa” si insinua già una sorta di larvale decostruzione; le ?gure non si presentano attraverso una palesante messa a fuoco dei particolari, ma suggeriscono il loro esserci attraverso l’adozione di una decisa sottrazione di nitidezza che le pone in una sorta di limbo indistinto. Le ?gure sono di fatto come rinserrate tra due griglie operative che si danno come duplice modalità dell’immagine: lo sfondo e l’intervento di super?cie. Lo sfondo adotta un esplicito principio di banalità nell’uso di motivi decorativi prestampati, reso ancor insinuante da una messa a fuoco ben curata e attenta nell’evidenziare la texture del materiale adottato. Non c’è però preziosità visiva, solo una laconica constatazione di esplicito schermo frontale,contro cui il personaggio si staglia, quasi che questo sia una sorta di ingombro visivo, con la sua indistinta presenza, che occlude la vivace docoratività dello sfondo. L’altro intervento, è il caso di dirlo, si dispone sul piano epidermico della super?cie, intaccando la ?gura stessa in una sorta di arti?ciale alterazione distratta dell’operatività fotogra?ca. Quindi ?lamenti, pressioni digitali, macchie, tutto un corredo di errori e disordini sorta di enunciazione di errori che di norma vanno evitati nel corso del procedimento fotogra?co e di stampa della pellicola. Il gioco è quindi dichiarato, la pelle della fotogra?a è volutamente inquinata da inserti apparentemente casuali ed incidentali, che formano una prima epidermide visiva. La ?gura è già in un piano arretrato e si propone nella sua presenza indistinta come schermo intermedio, lo sfondo dichiarato e visualizzato da una precisa e banale descrittività, si pone quindi come strato profondo dell’immagine, dichiarando l’attitudine marcatamente concettuale di tutta l’operazione. Risulta palese ciò che è sotteso alla dichiarazione visiva di Nico Macina, il suo lavorio sull’immagine diviene metafora del percepire attraverso il mezzo della percezione per tradizionale eccellenza, quale la fotogra?a con la sua presunta neutralità visiva si è spesso proposta. La sua indagine visiva gioca quindi la carta del supposto sapere, confondendo l’errore palese con l’intervento espressivo e la mancanza visiva con l’eccedenza del senso in una sorta di decostruzione che ricostruisce invece nuove modalità signi?cative del metodo fotogra?co. Maurizio Cesarini
 
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