mercoledý 26 giugno 2019
 
 
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Augusto Salati

sal2.jpgL’Intervista a… Augusto Salati
a cura di loredana Cinti

D: Come ha iniziato e da cosa è derivato lo stimolo  per dipingere? 

Non c’è stata come comunemente si crede, una luce improvvisa che mi ha fatto decidere di prendere colori e pennelli. Né tantomeno la volontà di imitare le opere degli artisti  che da bambino avevo visto nelle Chiese o in qualche libro.  Piuttosto credo che si sia agitato in me qualcosa fin dalla nascita che doveva essere portato in superficie. Quella “cosa” come una ferita dolce che pulsa dentro, ho cercato di trarla in superficie. L’ho cresciuta  poco a poco perché mi chiedeva di crescere, di manifestarsi in concreto. 
Nel mio libro “Nicola Salvini”, ho ricordato quando per la prima volta tentai di copiare un paesaggio con una strada e una casa sulla collina. Ebbene, la strada somigliava  più ad una sottana che ad una strada. 
Ero disperato ma anche felice perché quell’esperienza l’avevo fatta da solo
Senza nessun “Maestro”. Così ho seguitato a falciare l’erba delle mie prove fino a crearne un prato, vero, di grasse pennellate che somigliavano più alla messe informale che al vero. E ogni volta ero felice come i bambini che si sporcano le mani e se le puliscono addosso.
Alle medie una Prof. Mi ossessionò con i blù del mare e i celeste del cielo mentre io li “sentivo” rossi e neri. Per il bene del mondo dell’Arte, dovrebbero chiudere tutte le scuole, gli Istituti d’Arte e le Accademie.

D: Un po’ troppo drastico non le pare?

Sto esagerando, ma voglio soltanto sottolineare che artisti, non si diventa imparando da certi “Suggeritori”. Le scuole d’arte devono insegnare soltanto la Storia dell’Arte e dare qualche consiglio sulle tecniche.
Gino De Dominicis un giorno mi disse: “Ma che c. insegna quello lì!”, riferendosi ad un suo insegnante.
Già, che cosa potevano insegnare ad un “Vero” Artista!

D: Quindi per lei  tutto quello che proviene dagli storici dell’arte o dai critici, o semplicemente da altri artisti, galleristi, comunicatori  ha poca credibilità!

Non dico questo. Anche se è evidente l’agitarsi dentro spocchiose affermazioni pur di contraddire altri affermando le proprie conclusioni. La storia è importante quando si presenta come dialettica, come conoscenza del passato non coercitiva. E questo vale anche per i critici, i galleristi ecc. Quando tutti sono al servizio non delle verità  -pur molto diverse e opposte tra loro, ma nell’assunto: mercato uguale a celebrità, soltanto i professionisti della mistificazione il più delle volte assurgono a sacerdoti dell’arte, perché è questo il “vero” prodotto artistico: Produrre qualsiasi cosa contrabbandata per arte al fine di creare ricchezza, mito e leggenda.
Un corpo estraneo all’Arte pur se utile alla divulgazione di essa.

D: Tuttavia avrà avuto ammirazione per qualche artista dal quale in qualche modo sarà stato anche influenzato?

Ho accennato a Gino De Dominicis, un Artista fuori da ogni catalogazione, come Modigliani o Music o Melotti; o anche Giorgio Morandi che ho conosciuto e amato da giovane perché vedevo in lui il comunicatore della Poesia e del sentimento: un morbido cuscino dove riposare nel silenzio della bellezza. Era quello che cercavo da giovane e per certi versi fui morandiano.
Ma avevo anche la necessità di capire la sofferenza dell’uomo, la sua ambiguità e l’ingiustizia, e soprattutto quello stolto appiattimento su ciò  che oggi chiamano “tendenza”. Le massificazioni e i grattacieli di uomini furono la risposta a questo problema e l’uomo in scatola ne concluse il ciclo. A questo periodo devo ascrivere l’esperienza scultorea che si fece più vivace. Non tralasciando quella grafica.

D: Ecco, parliamo delle sue esperienze, dei suoi legami, se ci sono stati, con  altri Artisti.

Vuoi o non vuoi, tutti siamo in qualche modo debitori di chi ci cammina a fianco, e anch’io, per certi versi, non ne sono stato immune. Tuttavia… Tuttavia sentendo quei segnali che provenivano dall’esterno, li facevo miei soltanto se coincidevano con la mia intuizione del cambiamento. Voglio dire che se la Pop Art, per fare un esempio, non era posta al centro delle mie ricerche, non aveva nessunissima influenza sul mio lavoro: e così infatti è stato.  In ogni modo, posso dividere il mio lavoro in due corpi quasi separati, uniti soltanto attraverso le mani: il periodo precedente gli anni settanta, e quello successivo.
Dagli anni settanta nacque una grande incertezza e confusione, alternavo periodi di quiete, a periodi di forte eccitazione per nuove idee che mi assalivano. In questo periodo molti sforzi dovevo fare per non guardare ad altri Artisti, l’incertezza fa dell’uomo un ladro. Ed io in parte sono stato un ladro ma meno di Picasso nei confronti di Braque. finalmente un giorno che stavo in ozio all’ombra dell’Acacia di casa mia, mi venne in soccorso una musica che usciva da una radiolina che avevo con me. Era Mozart che mi chiamava con la sua metafisica del Requiem. Associavo a quei suoni il movimento delle foglie dell’Acacia che sembravano vibrare con la stessa intensità della musica, lucentissime sul nero del cielo.
Mi misi subito al lavoro e la prima “Sonatina” mozartiana straripò sulla tela. Ero felice ma sentivo che la distanza da ciò che avevo prodotto prima era quasi insanabile, dovevo dare una specie di consequenzialità al mio lavoro, derivarlo dal passato. Avevo affondato le mie radici nel “figurativo”, anche se talvolta esasperato fino a raggiungere la decorazione o l’astrazione. Dovevo estremizzare la nuova ricerca in qualcosa di anacronistico per il tempo che vivevo, ma assai adatto a ciò che mi serviva. Diventai “Classico” con le tele dedicate agli "Angeli e cavalli” che si combattevano creando movimento e allenando la mano alle successive traiettorie spaziali. Era necessario questo passaggio per arrivare a Mozart, o meglio alla sua musica e a qualsiasi suono dell’universo. Quando gettai gli Angeli e i Cavalli nello spazio, divennero forme allungate, anamorfiche, quasi forme e colori dell’Universo Mentale. Il periodo delle anamorfosi mi hanno fatto abitare spazi siderali, neri come la luce del giorno. Immerso in queste atmosfere raggiunsi le mete agognate: incominciai a dipingere la musica, il suono, la voce, il suono del verso, la Poesia. 
Per tutta la vita avevo cercato queste immagini senza saperlo, questi vibrii che battono sulla tela muovendosi come una musica da camera, come un dramma bechettiano, come una morbida poesia. Questa è un po’ la mia storia. 

D: Quindi un modo di esprimersi del tutto personale, senza troppi sguardi sulle strategie combinatorie  dell’Arte del cambiamento.

 Sì, bisogna credere nella propria vocazione e se mi sfuggono i metri di paragone con quello che si vede in giro, poco male. lavoro per il mio piacere, considerando che l’arte mi sembra sia morta da un pezzo, da quando Kandinski e Schonberg nel loro fortunato e sfortunato sodalizio, hanno posto fine al ciclo rotatorio dell’Arte. Dalle prime forme decorative e astratte alla moderna astrazione. Infinite altre esperienze sono state fatte, ma la ragione prima è scomparsa: la produzione dell’Opera, come profumo culturale e non come “trovata”.

D: Secondo lei dove sta andando l’Arte?

Verso un’ulteriore pianificazione del mercato. Nel mondo odierno c’è più sangue nella creatività del mercato, forse è il mercato la vera opera d’arte del secolo ventesimo che si espande nel ventunesimo.

D: Quindi nessun futuro?

Il futuro è nelle mani di chi “Amministra” l’arte: le grandi mostre, i soliti esagerati eventi, i soliti nomi o i nuovi, confezionati a tavolino che come le mode tutti conoscono e se ne servono senza esserne molto “coscienti”… Il mercato è la capacità di catapultarsi dentro attraverso le pubbliche relazioni. 
Sembra asfittica la necessità di lampi di genio, sono pessimista.
Quello che ci salva, a noi non etichettati e difficilmente etichettabili, è quella ferita che abbiamo dentro fin dalla nascita. La necessità di rimarginarla ci spinge ancora a provare di salire o scendere strade irte di macigni o morbidissime d’erba per le nostre emozioni. Forse l’Arte sarà salvata da qualche sconosciuto artista delle periferie sonnolenti e pervicaci ai margini della contabilità del successo. Forse da quegli artisti che il Direttore di Flash Art, Giancarlo Politi chiamava in senso ironico se non denigratorio: “Gli artisti ruspanti”.


L.C.

 

 

 
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